«Il racconto del pentito senza riscontri»
I giudici della corte d’assise riassumono in duecento pagine le ragioni che li hanno convinti ad assolvere i cinque imputati
SASSARI. «L’istruttoria dibattimentale non ha consentito di acquisire, oltre alle dichiarazioni auto ed etero accusatorie di Bigella, elementi idonei dotati di un minimo di certezza tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu sia da ricondurre a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nelle prime indagini del 2007».
Le motivazioni della “sentenza Erittu”. Riemergono tutti, uno per uno, i dubbi. Riemergono le incongruenze, le contraddizioni che già durante l’istruttoria dibattimentale erano state evidenziate in modo “pungente” dal collegio difensivo. Riaffiorano nelle duecento pagine di motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 23 giugno i giudici della corte d’assise di Sassari hanno assolto «perché il fatto non sussiste» i cinque imputati finiti a processo per l’omicidio del detenuto Marco Erittu il cui corpo senza vita fu trovato in una cella di San Sebastiano il 18 novembre del 2007. In sintesi: le dichiarazioni di un pentito, ritenuto evidentemente non credibile, non potevano determinare una sentenza di condanna all’ergastolo (carcere a vita aveva chiesto il pm per tre dei cinque imputati).
L’inchiesta. Era in isolamento Erittu, in una cella liscia, perché in qualche occasione aveva manifestato la volontà di uccidersi. Ecco perché la sua morte fu da subito archiviata come suicidio. Ma all’improvviso, a distanza di anni, era spuntata un’altra verità. Quella di Giuseppe Bigella, un portotorrese che aveva deciso di collaborare con gli inquirenti confessando di esser stato lui a uccidere Marco Erittu perché così gli aveva ordinato Pino Vandi (anche quest’ultimo all’epoca rinchiuso a San Sebastiano). L’obiettivo, stando al racconto del reoconfesso (condannato per questo delitto dal gup di Cagliari a 14 anni di carcere), era quello di mettere a tacere per sempre una persona – Erittu – che era a conoscenza di informazioni importanti relative a una connivenza tra criminalità sassarese e barbaricina. E Pino Vandi sarebbe stato un personaggio chiave perché coinvolto insieme ad altri nella sparizione di Giuseppe Sechi (muratore di Ossi di cui si sono perse le tracce nel 1995) legata a sua volta al sequestro di Paoletto Ruiu, farmacista di Orune scomparso nel 1994 e mai tornato a casa.
Erittu aveva manifestato l’intenzione di parlare con il procuratore della Repubblica e per questo, a detta di Bigella, doveva essere ammazzato. Il pentito aveva chiama in correità non solo Vandi ma anche un altro detenuto, Nicolino Pinna (che lo avrebbe aiutato a simulare il suicidio), e l’agente di polizia penitenziaria Mario Sanna (indicato come colui che avrebbe aperto agli assassini la cella della vittima). Per tutti e tre il pubblico ministero Giovanni Porcheddu aveva chiesto l’ergastolo. Nel processo erano entrati anche altri due agenti di polizia penitenziaria: Giuseppe Soggiu e Gianfranco Faedda, entrambi accusati di favoreggiamento perché secondo la Procura avevano contribuito a inquinare la cella di Erittu dopo il rinvenimento del cadavere. Per loro il pm aveva chiesto una condanna a quattro anni. Lo scorso 23 giugno tutti e cinque gli imputati sono stati assolti dalla corte d’assise di Sassari con formula ampia.
Le due sentenze contrastanti. «Pur essendo stato Giuseppe Bigella condannato con sentenza irrevocabile per l’omicidio di Erittu – scrivono oggi i giudici riferendosi alla sentenza del gup di Cagliari – ciò non esime la corte dal vagliare l’attendibilità non solo intrinseca ma anche estrinseca del suo racconto con riferimento, in particolare, sotto quest’ultimo profilo, alla individuazione della causa verosimile della morte di Erittu e delle circostanze e modalità della stessa»: aspetti che rappresentano «un fondamentale elemento di riscontro oggettivo delle sue dichiarazioni». La conclusione cui è pervenuta la corte è che l’istruttoria dibattimentale non ha consentito di acquisire, oltre alle dichiarazioni di Bigella, elementi certi tali da far ritenere che Erittu sia stato ucciso e che non si sia invece suicidiato così come era stato stabilito nel 2007.
«Questa vicenda dimostra che affidarsi completamente ai pentiti è sempre un grandissimo errore» aveva commentato Patrizio Rovelli, avvocato penalista cagliaritano, difensore insieme al collega Pasqualino Federici di Pino Vandi. I giudici avevano accolto la sua tesi e quella degli avvocati Luca Sciaccaluga (difensore di Nicolino Pinna), Agostinangelo Marras e Mattia Doneddu (per Mario Sanna).
Elementi decisivi per l’assoluzione. Si soffermano, i giudici, su diversi aspetti. Partono dalla causa della morte del detenuto e sottolineano le «diverse e contrastanti opinioni dei consulenti» di accusa e difesa che hanno un limite in comune: «Hanno effettuato le loro valutazioni sulla base del corredo fotografico effettuato in sede di autopsia e quindi non sulla scorta di una osservazione diretta del corpo della vittima». I giudici non hanno ritenuto plausibile – in assenza di elementi specifici elencati nelle motivazioni – la versione fornita da Bigella che aveva raccontato di aver soffocato Erittu con un sacchetto di plastica e in seguito i suoi “collaboratori” avevano simulato il suicidio per impiccamento. Mentre tutto concorre «a far ritenere più plausibile» (come oggetto che ha causato la morte) «un mezzo stringente quale la striscia di coperta». Nelle motivazioni sono anche elencate le incongruenze relative alla posizione del cadavere al momento del ritrovamento in cella da parte degli agenti di polizia penitenziaria. Tutti elementi «che consentono di affermare – sostengono i giudici – che il racconto di Bigella nella sua parte relativa alle fasi di aggressione e uccisione di Erittu, quindi nel suo nucleo essenziale, non ha trovato alcun riscontro oggettivo». Da evidenziare anche la personalità del pentito, «complessa, non lineare e contorta». Così come, in merito all’attendibilità di Bigella, «non possono trascurarsi di valutare significativi contrasti nelle sue dichiarazioni».
In merito agli imputati di favoreggiamento, Faedda e Sotgiu (assistiti dai legali Gabriele Satta, Gerolamo Pala e Giulio Fais) «le loro false dichiarazioni (sulla presenza degli addetti alla vigilanza nel braccio piuttosto che nella rotonda) erano finalizzate a nascondere un’infrazione disciplinare che avrebbe potuto determinare la perdita del posto di lavoro».
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