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Da Sassari al Ghana per fermare il deserto

Da Sassari al Ghana per fermare il deserto

SASSARI. L’atto conclusivo del progetto “Ghaja” è stato presentato ieri mattina nell’aula magna del liceo scientifico “Giovanni Spano”, ma è iniziato nel marzo di cinque anni fa, un progetto di...

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SASSARI. L’atto conclusivo del progetto “Ghaja” è stato presentato ieri mattina nell’aula magna del liceo scientifico “Giovanni Spano”, ma è iniziato nel marzo di cinque anni fa, un progetto di cooperazione internazionale coordinato dal Nucleo di ricerca sulla desertificazione dell’università di Sassari e finanziato dall’Unione Europea attraverso il Programma tematico sull’ambiente e la gestione sostenibile delle risorse naturali (Enrtp), un progetto coordinato dal professor Luciano Gutierrez dell’università di Sassari, incentrato sulla coltivazione della Jatropha, capace di crescere su suoli poveri caratterizzati da un basso contenuto di nutrienti e scarsa disponibilità idrica. Teatro della sperimentazione, una delle nazioni più povere dell’Africa, il Ghana.

Quella del nucleo di ricerca dell’università sassarese non è una sperimentazione fine a se stessa ma è mirata prima di tutto a combattere l’avanzata delle terre aride o incolte, a facilitare l’accesso alle fonti di energia rinnovabili, fornire servizi e opportunità, ridurre gli effetti della desertificazione e migliorare le condizioni di vita di quelle comunità.

Con la coltivazione della jatropha, sono stati raggiunti tutti i risultati previsti dal progetto e forse si è anche andati oltre. Grazie alla jatropha, infatti, sono stati recuperati 500 ettari abbandonati e incolti, e questo porterà nel lungo periodo al ripristino della fertilità del suolo; sono stati costruiti tre edifici, ed equipaggiati con i macchinari necessari alla spremitura dei semi di jatropha e la produzione di olio con il quale è stato possibile fornire energia elettrica a 14 villaggi del West Mamprusi District; grazie al programma di aratura gratuito e alla promozione della consociazione della jatropha con le colture alimentari tradizionali, è stato possibile ottenere un surplus di produzioni che ha aumentato il loro reddito. Anche grazie a una lavorazione “secondaria”, che ha portato alla produzione di sapone (affidata principalmente alle donne) che ha consentito ad alcuni capi famiglia di poter pagare le tasse scolastiche per i propri figli. Ma c’è infine un aspetto per così dire “sociale” e cioè grazie a questa nuova agricoltura diminuisce è diminuita la volontà di abbandonare il Ghana per cercare migliori condizioni di vita in Europa.

Nell’ambito del progetto è stato quindi realizzato il documentario Telling Ghaja (raccontando Ghaja), attività coordinata dal regista Sante Maurizi e finalizzata al coinvolgimento degli studenti come mediatori della comunicazione dello sviluppo sostenibile.

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