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cultura in lutto

Addio ad Angelo Mundula, poeta della solitudine

di Manlio Brigaglia
Addio ad Angelo Mundula, poeta della solitudine

SASSARI. È morto a Sassari, a 81 anni, Angelo Mundula. Avvocato molto apprezzato nell’ambiente forense cittadino, ma anche, e sicuramente soprattutto, poeta. Innamorato della solitudine, aveva scelto,...

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SASSARI. È morto a Sassari, a 81 anni, Angelo Mundula. Avvocato molto apprezzato nell’ambiente forense cittadino, ma anche, e sicuramente soprattutto, poeta. Innamorato della solitudine, aveva scelto, per la sua attività letteraria, di tenersi in disparte, o meglio ancora – forse con un moto di orgoglio – di stare fuori da quello che poteva apparirgli il piccolo modesto mondo della letteratura cittadina. Per questo le sue prove potevano anche sfuggire alla breve audience locale, diversamente da quanto avrebbe meritato, tanto per restare all’attività di saggista, la sua lunga collaborazione all’Osservatore romano. Il suo campo di gioco era quello in cui militavano i grandi poeti italiani, che lo apprezzavano e gli volevano bene. C’è un giudizio di Mario Luzi (Mundula lo considerava giustamente il più grande poeta italiano) che, paragonando Angelo al grande poeta inglese T.S. Eliot nella prefazione della raccolta di liriche “Dal tempo all’eterno”, del 1980, coglieva nella profondità del suo spirito religioso la ragione di un atteggiamento verso il mondo che teneva insieme, ininterrottamente, un giudizio severo e una commossa solidarietà. «La poesia di Angelo Mundula – ha scritto il suo amico e “sponsor” letterario Giorgio Bàrberi Squarotti - si definisce immediatamente come un lungo, appassionato, teso, inquieto discorso sul tempo». Non c’è contraddizione fra i due giudizi, che semmai colgono come il rapporto fra Angelo e il mondo si esercitasse soprattutto nell’indagine della presenza e dell’azione dell’uomo, con tutta la carica di responsabilità che gli era richiesta. Di qui anche non tanto la solitudine quanto la debolezza del poeta di fronte all’esistenza stessa: «Sono confitto qui a questo scoglio dell’universo. / Da cui non esce grido che non / sia subito disperso», diceva in “Americhe infinite”, scritto con i sodali Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna (Spirali,2001). Il suo “grido”, invece, sta già nella letteratura italiana ed è destinato a restare oltre quel tempo che Angelo indagava e, senza dirlo a voce troppo alta, anche amava.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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