Sorso accoglie 20 rifugiati tra paure e pregiudizi
Gli immigrati eritrei arrivati nella notte e sistemati in una struttura a Pabaranca Un’associazione onlus toscana si occupa della accoglienza del piccolo gruppo
SORSO. È notte fonda. Un pullman scortato con venti persone a bordo spalanca le porte davanti all’incrocio di Pabaranca. È l’una di domenica quando venti giovani immigrati di origine eritrea scendono dal mezzo per percorrere in fila indiana i 100 metri di distanza che separano la statale 200 dalla casa di campagna che li ospiterà. Nella tranquilla oasi di Pabaranca i rifugiati trovano non solo un’accoglienza dignitosa ma si scontrano anche con le paure - e anche un pizzico di pregiudizio - di un vicinato sul piede di guerra contro la presenza dei venti giovani “ospiti”.
Non a caso, nelle ultime ore da Pabaranca sono fioccate chiamate ai carabinieri e ai vigili urbani. Sul posto, lunedì si sono recati il comandante dei carabinieri di Sorso, Alessandro Masala, e il sindaco Giuseppe Morghen, che hanno trovato la struttura in ordine. Anche lo smartphone della Onlus “Partecipazione e sviluppo”, che gestisce gli immigrati, squilla in continuazione. I giovani eritrei se lo passano di mano in mano, e fra lacrime e sorrisi si regalano qualche minuto di voci familiari, vicine e lontane. C’è chi ha una zia a Firenze, chi un amico in Germania e poi c’è chi rimane a guardare perché ha soltanto se stesso. Nei loro occhi scorrono i 4 giorni di traversata verso la Sicilia su un barcone carico di oltre 600 persone, i volti dei compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta e il trasferimento sulla nave tedesca Schleswig-Holstein fino a Cagliari.
John ha 30 anni, rispetto agli altri compagni ha il vantaggio di masticare qualcosa di inglese e per questo è diventato il punto di riferimento del gruppo. Fa da interprete in attesa che arrivi quello vero. La prima domanda è sul cibo: le risposte positive si contano sui sorrisi a 32 denti. Poi però, quando si parla di stabilirsi a Sorso i volti si incupiscono: sognano ben altro, come andare nel nord Europa o nord Italia, ma prima di tutto desiderano ricongiungersi ai familiari sparsi per il mondo.
Lontano dal gruppo c’è Robin. «It’s ok, it’s ok», rassicura. Se ne sta in disparte ad asciugarsi le lacrime: ha appena sentito la zia al telefono e non ha retto all’emozione. La donna è il suo unico appiglio in un mondo di volti sconosciuti. Lei sta a Firenze, dove vive e lavora, e se il giovane potesse, volerebbe ad abbracciarla in Toscana in un baleno.
A seguire i venti eritrei è l’associazione toscana “Partecipazione e sviluppo”, con sede a Bagni di Lucca. Dopo pranzo si discute della proposta di un albo comunale dei volontari che è finita sul tavolo del sindaco di Sorso. Lo scopo è duplice: impegnare i ragazzi in una qualche attività che non li tenga segregati in casa e allo stesso tempo porgere la mano alla collettività che li ospita avviando un processo di integrazione. Come a dire: «Vogliamo dare una mano». Dal punto di vista operativo è sufficiente reperire delle somme per assicurare i volontari contro gli infortuni. «Si parla di cifre abbastanza irrisorie, pochissime migliaia di euro all’anno per avere una sorta di servizio civico che tenga i giardini in ordine, l’erba falciata o le scuole pulite», spiega il direttore della Onlus, Emanuele Ghionzoli. L’associazione lavora con gli immigrati da circa 4 anni. «Cerchiamo di replicare anche qua l’esperienza positiva della Toscana, vale a dire la delocalizzazione in piccole strutture invece che la concentrazione in maxi strutture che spesso diventano un problema da gestire. Secondo la nostra esperienza, sistemare queste persone in piccoli gruppi permette un’integrazione quasi totale», aggiunge Ghionzoli.
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