Storie di migranti. Sassari, il senegalese anziano striglia i più giovani: «No all’elemosina»
Ventisei anni fa quando è arrivato a Sassari i senegalesi presenti in città erano poco più di una famiglia: «Ma oggi tutto è cambiato, spiega Mamadou
SASSARI. Ventisei anni fa quando è arrivato a Sassari i senegalesi presenti in città erano poco più di una famiglia. Divisi tra sette, otto case al massimo, non erano più di una cinquantina. Lavoravano tutti e dopo l’iniziale diffidenza hanno trovato il modo, con cortesia e umiltà, di farsi voler bene dai sassaresi.
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«Oggi è tutto cambiato - racconta Mamadou, 55 anni, ambulante - la città è piena di stranieri e la comunità senegalese è talmente grande che non è più scontato conoscersi tra di noi come era normale tanti anni fa».
L’arrivo di tanti nuovi migranti sta creando problemi di convivenza anche tra chi lavora quotidianamente sulla strada da anni. Negli ultimi mesi si è registrato qualche segnale di malessere e di insofferenza tra chi prova a vendere un paio di calze o un accendino in un parcheggio di un supermercato e chi si avvicina ai clienti solo per avere una moneta.
«Io lavoro da tanti anni nello stesso posto - continua Mamadou - e a me personalmente non è capitato, ma ho sentito di tanti miei connazionali che iniziano ad avere problemi con i ragazzi che ormai tutti i giorni girano la città chiedendo l’elemosina». Molti sono di altri paesi dell’Africa, ma tra loro c’è anche qualche senegalese.
«Questa cosa è molto triste - spiega Mamadou - perché noi senegalesi siamo stati abituati a lavorare e faticare senza chiedere l’elemosina. Il fatto che ci siano dei ragazzi del Senegal che girano per la città alla ricerca di soldi - continua - dà la dimensione di quello che sta accadendo e cioè che forse ormai siamo in tanti».
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Un flusso di giovani attirato in Europa da racconti e illusioni. Poi però, una volta arrivati, si scontrano con la realtà. «Non riesco a fargliene una colpa - commenta amaramente Mamadou - mi metto nei panni di questi ragazzi di vent’anni che lasciano le loro case e sognano di farsi una vita qui. Anche io trent’anni fa ero come loro - conclude - e quindi posso capirli. Però devono capire che è molto dura vivere in Italia e devono impegnarsi per fare qualcosa e lo dice uno che in alcune giornate torna a casa con appena 5 euro di guadagno». (l.f.)
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