Monsignor Melis: «Camminiamo insieme»
Alla vigilia dell’insediamento, il presule parla alla comunità: «Dialogo e accettazione contro la disgregazione sociale»
OZIERI. «Camminiamo insieme». Non chiede altro monsignor Corrado Melis al popolo della sua nuova diocesi. Un invito rivolto ai suoi 44 preti, alle organizzazioni cattoliche, ma anche alla comunità civile e politica, alla cultura, al volontariato, all'associazionismo religioso. «In una società disgregante - dice l'ottavo vescovo della storia moderna della Chiesa ozierese - è necessario aiutare a camminare insieme e creare rete di dialogo, di condivisione, di accettazione». Il nuovo presule, nato 53 anni fa a Sardara, da mercoledì scorso a Ozieri per seguire gli ultimi dettagli della doppia cerimonia – ordinazione episcopale e presa di possesso della cattedrale – racconta alla “Nuova” i primi momenti della sua avventura pastorale, iniziata a fine giugno quando il nunzio apostolico in Italia lo chiama al telefono. «Ero in pieno allestimento della chiesa di Santa Barbara chiusa per 8 mesi per sostanziali lavori di restauro. Una telefonata, in mezzo alla polvere e volontari che pulivano, che mi chiedeva – dice don Corrado – un incontro a Roma col Nunzio. La comunicazione dell'elezione da parte del Papa mi ha lasciato di stucco e tanti interrogativi».
Quale tempesta di pensieri in quei primi giorni?
«Credo siano pensieri comuni a tanta responsabilità: opportunità dell'incarico, inadeguatezza, pensieri spirituali quali la grazia della pienezza del sacerdozio, la volontà di Dio che in questo momento si rivelava in questa elezione".
Una piccola diocesi consente un buon apprendistato episcopale. Forse un vescovo non può sbagliare.
«Non conosco questo “mestiere”. Intuisco che la mia vita e la prospettiva pastorale che fino ad adesso mi ha guidato cambia totalmente. Per quanta riguarda sbagliare, lo vedo dal punto di vista evangelico: perdono reciproco, pazienza, correzione fraterna. Questo vale quando sbaglio io e quando sbagliano gli altri».
Nella sua prima lettera alla diocesi Lei ha detto: “E' un momento decisivo per me”.
«L'Episcopato è una grazia eccezionale per un discernimento che hanno fatto altri. Sento sulla mia vita una nuova chiamata, dopo quella del Presbiterato, a seguire Cristo in una via misteriosa e allo stesso tempo affascinante come sono tutte le esperienze di Dio. Fidarmi di questo momento è decisivo per me».
Ventisette anni di sacerdozio, esperienze di parroco e vice parroco, ma anche 5 anni a formare sacerdoti nel seminario regionale. Perchè pochi giovani vogliono farsi preti?
«Non è questione della voglia dei giovani, ma l'interrogativo attraversa il nostro modo di essere comunità cristiana e preti in questa società: gioiosi, accoglienti, impegnati a favorire la speranza, generosi che si prendono cura dei poveri e ultimi, che dialogano con tutti, che offrono tempo e spazi di ricerca con la Parola di Dio».
Che cosa chiederà ai laici della diocesi di Ozieri?
«Niente di più di quello che chiedo da me: entusiasmo di essere cristiani, coerenza col Vangelo, seria vita di preghiera, capacità di lettura dei nostri tempi, sforzi di dialogo con tutti, impegno nel sociale e nella politica. Un compito a casa la conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa».
Lavoro, giovani, famiglia. Quale di questi tre temi rappresenta la più urgente preoccupazione pastorale?
«Questi sono temi di cui già ne conosco il valore e il dramma dalla parrocchia e diocesi da cui provengo. Sono attenzioni speciali, come amavo dire nella mia comunità, di cui ci dobbiamo “occupare”, quando siamo preoccupati e già tutto più difficile. Quindi valutazione dei problemi e risorse da cui partire, persone che si prendano a cuore la ricerca di soluzioni o di proposte».
Jesus -Caritas - Evangelii - Gaudium sono le 4 parole programmatiche del suo episcopato. Perché ha scelto proprio queste?
«Sono sintesi di ciò che vorrei valido e riconoscibile sempre nella mia vita. E mi sembra l'impegno a tradurre nella vita il Concilio Vaticano II e l'insegnamento di Papa Francesco».
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