«Non potevo pagare stipendi e tasse, ho scelto i miei operai»: imprenditore di Sassari condannato per bancarotta
Ditta prende in subappalto i lavori di un supermercato, ma una crisi finanziaria la manda in fallimento. Il fisco chiede 300mila euro titolare finisce a processo
SASSARI. Al giudice lo ha detto chiaro e tondo durante la deposizione in aula: «Mi sono trovato davanti a un bivio: pagare lo Stato o pagare i miei dipendenti. Ho scelto la seconda strada adempiendo a quello che reputavo un mio dovere morale». Il dovere, cioè, di non far finire sul lastrico quarantacinque operai e le rispettive famiglie. Il dovere di dare a queste persone le loro spettanze che, altrimenti, non avrebbero mai potuto ottenere.
Un comportamento – quello dell’amministratore dell’impresa edile Pischedda srl – che sotto il profilo morale non fa una grinza. Ma che, dal punto di vista giudiziario, è invece costato ad Antonio Franco Pischedda, sassarese di 41 anni, l’imputazione per bancarotta fraudolenta e, venerdì 6, la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione (pena sospesa) e l’interdizione dalle cariche pubbliche.
La storia è quella di un impresario che vive un’incredibile crisi finanziaria negli anni tra il 2007 e il 2010. La sua azienda, la Pischedda srl, ha in subappalto i lotti per la costruzione di un grosso supermercato in via Budapest. I lavori hanno inizio ma a un certo punto le società appaltatrici vanno in default e non pagano più l’impresa. Pischedda è quindi di fatto impossibilitato a recuperare crediti per circa centomila euro. Il crollo avviene nel 2010 quando i debiti fiscali aumentano, non presenta i bilanci e l’ufficio delle entrate chiede la bellezza di trecentomila euro.
«Non avevo più soldi nemmeno per pagare il commercialista – spiega lui – figuriamoci per pagare lo Stato». I passi successivi sono obbligati: prima il fallimento, poi il curatore trasmette gli atti alla Procura della Repubblica di Sassari e infine il pubblico ministero avvia l’azione penale.
Pischedda viene rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta (reato che prevede una pena che va da un minimo di tre anni a un massimo di dieci), si affida agli avvocati Antonio Secci e Sara Luiu e – tra attenuanti generiche e pena ridotta per via del rito abbreviato – viene condannato a un anno e quattro mesi.
Al di là dell’aspetto giudiziario, di tutta questa vicenda colpisce molto il lato umano. Perché questo imprenditore ha fatto una scelta consapevole: quella di preferire i suoi dipendenti allo Stato. «Ho pagato loro, signor giudice – ha detto –, non potevo recuperare i crediti ma non mi sono sentito di lasciare a mani vuote chi aveva lavorato per me e che, soprattutto, aveva una famiglia da mantenere». E infatti nessun dipendente ha fatto causa e, alla fine, i rapporti con il datore di lavoro sono rimasti buoni.
Quello che è successo sotto il profilo penale – con la contestazione della bancarotta fraudolenta – è tutta un’altra storia. Frutto di una decisione personale, più o meno discutibile.
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