Elik, 12 anni: «Roberto, io ho fame»
Ecco alcune pagine estrapolate dal Blog che Roberto Schirru aggiornava quotidianamente durante la permanenza a Kibiri. Oltre agli stati di avanzamenti del progetto, il racconto contiene anche una...
Ecco alcune pagine estrapolate dal Blog che Roberto Schirru aggiornava quotidianamente durante la permanenza a Kibiri. Oltre agli stati di avanzamenti del progetto, il racconto contiene anche una serie di esperienze, di emozioni, di riflessioni sull’Uganda e l’Africa.
«Qui i figli si fanno per dovere, per noia, per ringraziarsi gli antenati o per avere il maschio. Poi gli si fa fare una vita di stenti, non lo si bacia, abbraccia o accarezza mai. Certo, Relativismo culturale: nessuno può dire che i bambini africani siano meno felici di quelli occidentali (...) Ma il mio buonismo e relativismo culturale si interrompe quando lo stesso Elik, 12 anni, alle 10.30 del mattino, viene da me e mi dice: “Roberto, I am hungry” (Roberto, ho fame). D`un tratto tutta l´impotenza, tutta la tragedia della soprapopolazione e della povertà d`Africa e del 3° Mondo mi si parano chiarissimi, nudi e crudi. Ripeto, un senso di sconfinata impotenza. “Roberto, ho fame”, la aveva ieri, l`ha oggi e l`avrà domani. Potrebbe essere mio nipotino Simone di 15 anni o Alessio di 10, che mi chiedono lo stesso. Mi assale una disperazione tremenda, unita ad un odio profondissimo per questo padre che ha messo al mondo 5 figli senza poterseli permettere e per le 3 culture dominanti qui, quella africana originaria, cristiana e musulmana, che sfornano bambini con logiche incompatibili con l´era attuale. Vorrei avere qui i vari papi, i vari mullah e chiedergli chi darà da mangiare a questo bambino, e cosa e quanto mangerà quando non saremo ritornati nella nostra Europa, fortunatamente a crescita zero? Penso a certi prelati, grassi, riveriti, che non avranno mai tirato fuori di tasca un centesimo per aiutare il prossimo, ma hanno sempre e solo passato i soldi che la Chiesa incassa con 8 x 1000 “per darli a i poveri”. Vorrei averli qui, adesso, in questo cazzo di orfanotrofio, in questo cazzo di cortile polveroso, sotto questo sole cocente e metterli di fronte a Erik, a 30 centimetri dai loro occhi, e ai milioni di bambini che non sarebbero dovuti mai nascere e che adesso hanno fame. Penso al futuro di Elik e dei suoi amici e sorelle, condannati a mangiare 12 cose per il resto dei loro giorni, e rimanere perennemente affamati come i cani randagi. Corro a casa, prendo un pacco di pane a fette bianco, un barattolo di burro d`arachidi e scoppio a piangere a dirotto, come adesso, mentre scrivo e rimando questi pensieri. Ritorno al cantiere, in meno di 5 minuti 15 fette di pane sono scomparse, insieme a quasi mezzo chilo di burro d`arachidi: tutti avevano fame. “God bless Africa!” (Dio benedica l´Africa!)».
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