La “mentalità barbaricina” e i luoghi comuni duri a morire
Gentile procuratore generale presso la Corte d'Appello di Cagliari, dott. Roberto Saieva. Un uomo di legge dovrebbe evitare i luoghi comuni quanto, se non di più, dovremmo evitarli noi giornalisti....
Gentile procuratore generale presso la Corte d'Appello di Cagliari, dott. Roberto Saieva. Un uomo di legge dovrebbe evitare i luoghi comuni quanto, se non di più, dovremmo evitarli noi giornalisti. Un magistrato dovrebbe indagare o giudicare, a seconda di quali siano le proprie aree di competenza, solo sulla base di fatti e non di opinioni, né tanto meno di pregiudizi. In caso contrario il rischio di falsare la realtà sarebbe altissimo. E allora, le chiedo, come le è venuto in mente di spiegare la recrudescenza in Sardegna di rapine ai danni di portavalori o di assalti a banche e uffici postali, con "l'istinto predatorio" che sarebbe "tipico della mentalità barbaricina"?
La domanda è più pressante perché lei questa considerazione non l'ha fatta durante una conversazione al bar o a cena con amici, ma nel suo discorso di apertura dell'anno giudiziario, all'interno di un intervento che è tra i più formali che un magistrato della sua levatura è chiamato a compiere. Lei è di Agrigento e converrà con me che il pizzo estorto ai commercianti, lo spaccio di droga, gli omicidi e quanto altro organizzano le cosche sono conseguenza della "mentalità mafiosa", non della "mentalità siciliana". La differenza non è solo semantica, ma di sostanza. E stupisce che un magistrato dal suo curriculum sia scappata questa sottovalutazione. Delle sue capacità professionali parlano gli incarichi da lei ricoperti: sostituto procuratore ad Agrigento ai tempi dell'omicidio del giudice Livatino, lei negli anni si è prima occupato di mafia e di grande e piccola criminalità in Sicilia, fino a diventare capo della Procura di Patti, per poi portare con successo la sua esperienza in Sardegna, prima a Nuoro e a Sassari, infine a Cagliari. Lei quindi conosce come pochi la realtà sociale e la realtà criminale delle due isole e quindi stupisce e un po' addolora questa facile identificazione dello spirito barbaricino con la retorica del bandito, assimilato al balente. Una similitudine che è frutto di una lettura superficiale, diffusa per la verità più in Continente che in Sardegna, di quel periodo storico che è stata la stagione dei sequestri, a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta.
Chi scrive non ha mai sopportato i reportage su Grazianeddu e tantomeno la conseguente letteratura che ha dipinto con i colori del mito criminali comuni come Matteo Boe. No, mi creda, "l'istinto predatorio" c'entra ben poco con la "mentalità barbaricina". Non lo dico io, ma un giurista e filosofo come Antonio Pigliaru, padre dell'attuale presidente della Regione, che nel 1959 scrisse la migliore analisi antropologica di quella mentalità, ossia "La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico". "La concezione della vita propria del pastore barbaricino è la concezione propria di un uomo che nel cimento quotidiano con la vita - con la natura, la natura come terra e come uomo - non ha registrato che esperienze negative. 'Solu che fera', 'solo come una fiera', il pastore si conosce in un rapporto di mera resistenza, il suo vivere è un mero esistere" … "il pastore barbaricino non ha, per la propria salvezza e per resistere nella vita, null'altro su cui contare che la propria forza" … "Il pastore barbaricino infatti non chiede a se stesso di esser prepotente, ma di esser forte, di essere uno che al nemico come al destino (e al destino come nemico) sappia fronte parare, cioè resistere nella persuasione che hic et nunc l'unico modo possibile di esser uomo è quello di essere uomo forte: s'àbile, su bàlente, l'uomo che sa farsi valere e, quindi, che vale". Come vede si tratta d'altro che di "istinto predatorio". Questo fa parte della mentalità criminale, che ha caratteristiche diverse in ogni area del paese e su di esse pesano le differenti realtà sociali. Ma la "mentalità barbaricina" è la cultura barbaricina, e non si tratta di una cultura criminale.
*vicedirettore di Milano-Finanza
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