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Sassari, l’intervento e il calvario del gatto Klaus

Sassari, l’intervento e il calvario del gatto Klaus

Per operarlo era arrivato un luminare dall’Olanda: ma l’animale è morto dopo tre mesi d’inferno

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SASSARI. A suo modo era diventato una celebrità, e il suo nome poteva finire nei manuali di chirurgia veterinaria. Ma viste come sono andate le cose, il povero gatto Klaus forse ne avrebbe fatto volentieri a meno. Aveva 11 anni, e fino allo scorso autunno aveva vissuto un’esistenza felice, da vero gatto. Poltrone, scatolette, coccole e safari notturni in giardino. Poi gli avevano diagnosticato un tumore al cervello, e per salvarlo la sua padrone aveva deciso di fare l’impossibile, non badando a spese. Così dall’Olanda era arrivato il medico olandese Bjorn P. Meij, un luminare in fatto di chirurgia. «Avevo grandi aspettative – dice Marina Lubinu, la padrona di Klaus – era l’unico in grado di fare un intervento così complesso». E infatti nell’operazione sperimentale del gatto Klaus ne avevano parlato i giornali. Il 24 ottobre nel Dipartimento di Medicina veterinaria dell'università di Sassari è stato eseguito il primo intervento di ipofisectomia trans-sfenoidale mai realizzato in Sardegna. «E tecnicamente l’intervento era riuscito– dice Marina Lubinu – Però le complicazioni post operatorie sono state tali che gli ultimi tre mesi di vita del gatto sono stati un terribile calvario». Per estrarre la massa tumorale i medici avevano praticato un’incisione nel palato. «Quella ferita si è riaperta provocando continue infezioni. Quindi non era più in grado di alimentarsi, gli davamo il cibo 3 volte al giorno con un sondino. Nonostante soffrisse tantissimo è sempre stato un gatto docile e collaborativo. Si è fatto fare di tutto, prelievi, manipolazioni, incisioni. Ma la sua non era più vita: stava sempre sotto la lampada a infrarossi, si muoveva giusto per le sue necessità, e dormiva. Poi la situazione è precipitata: Klaus è diventato cieco, ha accusato crisi epilettiche e il quadro clinico è diventato irreversibile. Alla fine siamo stati costretti a ricorrere all’eutanasia». (lu.so.)

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