La Nuova Sardegna

Sassari

Porto Torres, in un sarcofago i resti di un bambino

di Emanuele Fancellu
Porto Torres, in un sarcofago i resti di un bambino

Clamorose scoperte nella campagna di scavi, in accordo tra pubblico e privati, del complesso funerario di via Libio

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PORTO TORRES. Tracce di calce viva a coprire quanto resta dei corpi, uno scheletro dalle ossa massicce, probabilmente di un uomo, e altri due più piccoli, forse donne, deposti successivamente nello stesso sarcofago, quello con parete decorata dall’ormai celebre dipinto con l’auriga che conduce una biga trainata da cavalli. Chi erano? Come morirono e perché furono sepolti nella stessa tomba? Sono solo alcuni dei misteri che aleggiano sul complesso funerario situato sotto l’edificio di proprietà dei fratelli Bruzzi, tra via Libio e via Ponte Romano.

L’indagine archeologica. A tentare di far luce, Gavino Canu, Gianantonello Mannoni, Salvatore Borra, Franco Satta e Luciano Serio, i tecnici della sede operativa di Porto Torres della Soprintendenza guidata da Gabriella Gasperetti che stanno operando insieme ai tecnici del Centro di restauro di Li Punti Antonio Chessa, Tonino Sechi, Augusto Garau e Antonio Fiori, giunti col compito di consolidare, integrare e pulire gli intonaci dipinti. La campagna di scavo, che mira a rendere accessibile il sito nell’ambito di “Monumenti Aperti 2016”, rappresenta la prima forma di collaborazione fra pubblico e privato per conservare, valorizzare, far fruire ai visitatori un’area archeologica in zona urbana e ha preso avvio con l’indagine di una sepoltura in ambiente isolato da quello con pareti dipinte.

Una volta indagata la tomba, un sarcofago ha rivelato la presenza di uno scheletro incompleto di un bimbo di cui è stato recuperato un dentino, con pochi frammenti ceramici e ciò che resta di un lacrimatoio - recipiente che serviva a raccogliere le lacrime dei genitori - o un unguentario, contenitore per profumi, come corredo. Il sepolcro aveva addossata un’altra sepoltura, forse anch’essa con parete dipinta, inizialmente non individuata, ma impossibile da scavare. Nei prossimi giorni s’indagheranno le tombe dell’ambiente coi sarcofagi dipinti, di cui è possibile si pratichi anche una ricostruzione, in particolare di quello con l’auriga.

La ricerca in archivio. Lo scavo non è però l'unica operazione che il gruppo sta portando avanti. Contestualmente, si stanno studiando la documentazione d’archivio e i materiali rinvenuti in passato, dati importanti per il restauro dei paramenti, oltre che per precisare le datazioni e ricostruire la storia del monumento.

La storia del complesso. Nel 2000, in occasione della costruzione di un edificio privato, affiorarono i resti di un complesso funerario parte della vasta necropoli orientale ubicata a poche decine di metri dalla cortina muraria che cingeva Turris Libisonis nel III/IV secolo d.C. Si avviò così un lavoro di archeologia preventiva che rivelò la presenza di tombe a camera danneggiate quando venne costruito lo stabile precedente l’attuale, distruzioni che interessarono gli arcosolii ma non i sarcofagi, posizionati a una quota inferiore. L’area si rivelò un autentico scrigno. Furono dissotterrati un anellino d’oro, anfore, cocci di tipologia africana, un frammento di lucerna con raffigurato Serapide, divinità d’origine egiziana, ennesima riprova del collegamento tra Turris e l’oriente mediterraneo; un’iscrizione marmorea frammentaria non ancora decifrata, un cippo con tracce d’intonaco dipinto oggi semiscomparse, ma non solo: tra gli scheletri più d’uno presentava abbondanti avanzi di calce viva indizio, forse, di morte per malattia virulenta e contagiosa.

L’elemento più caratterizzante, però, fu la scoperta di tombe con pareti dipinte: una con disegni geometrici colorati, se non di stilizzazioni umane, all’interno di riquadri neri su fondo bianco, separati da colonne, ad imitare la marmoridea; quello con auriga e biga, in parte danneggiato dal crollo della volta sul sarcofago, che regala la suggestione della sepoltura di qualche personaggio importante a livello locale, magari un auriga che gareggiava nel circo di Turris, del quale a oggi mancano prove archeologiche. In ogni caso, l’area dimostra d’essere particolarmente ambita poiché, oltre alla grande concentrazione di tombe, la scoperta di ceramica grezza da fuoco di produzione locale, in auge dalla fine IV secolo ed utilizzata appunto fino al VI/VII, ne attesta il prolungato utilizzo, dal III d.C. al VI/VII secolo.

Il banchetto funebre. Una scoperta notevole fu anche quella di un foro al lato dei sarcofagi scavati in roccia nel quale far scendere cibo e bevande che dovevano raggiungere le ossa o le ceneri in occasione di banchetti funebri, durante i quali si lasciavano offerte alimentari agli dei. Nelle tombe a camera il condotto era ricavato nel pavimento per raggiungere simbolicamente tutti i defunti.

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