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L’unico titolo azzurro con la staffetta firmata Valcareggi

L’unico titolo azzurro con la staffetta firmata Valcareggi

All’epoca in finale non c’era la lotteria dei calci di rigore Con la Jugoslavia si rigiocò e il ct cambiò cinque titolari

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Si gioca in Italia e vince l’Italia. Non era ancora l’Europeo delle decine di partite e dei tanti stadi. Era la terza edizione – quella del 1968 – con la televisione in bianco e nero e le maglie senza i nomi, ma con la novità dei numeri fissi. E così – abituati come eravamo a vedere il bomber Gigi Riva con il numero 11 sulle spalle, quel numero 17 era molto strano, così come Dino Zoff con il 22. Primi segnali del calcio che sarà, segnali dalla preistoria delle grandi manifestazioni internazionali.

Ma i passi in avanti non mancano, rispetto alle prime uscite, a quella che otto anni prima era sono la Coppa Delaunay: le nazionali iscritte all’inizio sono ben 31 e vengono divise in otto gironi di qualificazione da cui usciranno le partecipanti alla fase finale. La wild card che adesso viene offerta alla nazione che ospita l’evento non esiste e così l’Italia deve vedersela con Svizzera, Cipro e Romania per accedere alla gara ad eliminazione diretta: missione compiuta senza troppi problemi, nonostante sia reduce dal fiasco dei Mondiali inglesi, due anni dopo la nostra Nazionale può contare su un Pallone d’oro, Gianni Rivera, e su un bomber che tutte le avversarie ci invidiano, Riva. Di fronte nella gara decisiva gli azzurri trovano la Bulgaria, non uno squadrone. Ma nell’andata a Sofia non tutto fila per il verso giusto: Picchi si infortunia e la nostra difesa ne prende tre; per fortuna sull’altro fronte Angelo Domenghini e Pierino Prati rispondono e così il ritorno al San Paolo di Napoli non è una salita proibitiva sotto il profilo psicologico. Ne facciamo due e i bulgari tornano a casa.

Insieme all’Italia vanno avanti Inghilterra, Jugoslavia e Urss per un menù semplice semplice: due semifinali e poi le due finali, anche quella inutile per il terzo e quarto posto. Prima semifinale a Firenze, fra Jugoslavia e Inghilterra. Vinsero i primi con un gol a quattro minuti dalla fine di Dragan Dzajic. Serbo, 22 anni al momento della rassegna continentale in terra italiana, Dzajic è stato l’unico vero fuoriclasse “jugo” a cavallo tra gli anni 60 e 70. Era il Gigi Riva dei Balcani, visto che agiva da ala sinistra e aveva un notevole fiuto sotto porta: prodotto dalla Stella Rossa, con la squadra di Belgrado segnò 108 gol. In nazionale approdò già a 18 anni, nel 1964, e in 83 gare andò in rete 23 volte. Il ’68 fu un anno magico per Dzajic (capocannoniere all’Europeo con 2 gol), tanto da ottenere il terzo posto nel Pallone d’oro di France Football, dietro a George Best e Bobby Charlton, davanti a personaggi come Franz Beckenbauer, Gianni Rivera e un giovanissimo Johan Cruijff.

La seconda semifinale si giocò invece al San Paolo di Napoli fra gli azzurri e l’Unione Sovietica. Finì 0-0 sia dopo i tempi regolamentari, sia dopo i supplementari. Allora non avevano ancora inventato i rigori e per decidere che avrebbe dovuto giocare la finale i due capitani scesero negli spogliatoi insieme con l’arbitro tedesco, Kurt Tschenscher. Neanche l’ebbrezza di un lancio di monetina davanti a tutti, il pubblico ebbe il segnale che aspettava quando vide sbucare dal sottopassaggio le braccia alzate di Giacinto Facchetti. Di quel sorteggio, e soprattutto di quella monetina, si è saputo ben poco o quasi niente. Leggenda vuole che sia stata fatta sparire subito dopo esser stata lanciata e raccolta. Furono poi gli inglesi a vincere la platonica finale per il terzo posto contro i sovietici: due a zero con reti del già citato Bobby Charlton e Geoff Hurst.

L’Italia per vincere il suo Europeo dovette invece giocare due finali. Come la semifinale, anche la sfida decisiva – all’Olimpico di Roma – si chiuse in parità: 1-1. Una sofferenza, perché la Jugoslavia è un complesso rodato che sfrutta alla perfezione il solito Dzajic che al 38’ spiazza il tiro del vantaggio. L’Italia va sotto e non gira a dovere, non crea gioco e Domenghini si ritrova emarginato, spesso isolato sulla fascia, là dove non ha quei rifornimenti per prodursi nelle classiche cavalcate, mentre in attacco Prati e Anastasi finiscono tra le fauci dei difensori centrali balcanici. Ci vuole un colpo di fortuna per acchiappare il pareggio, come la “monetina” della semifinale. Stavolta Domenghini su punizione scova un buco della barriera jugoslava e segna su punizione a dieci minuti dalla fine. Poi più niente, neanche nei supplementari. Il regolamento prevedeva il sorteggio, ma non per la finale. In caso di sfida decisiva, era prevista la ripetizione, due giorni dopo. Il ct Ferruccio Valcareggi cambiò mezza squadra: fuori Antonio Juliano, Giovanni Lodetti e Pierino Prati, dentro Sandro Mazzola, Giancarlo De Sisti e Riva. Finì 2-0 e ad aprire le danze è proprio un gol di Riva all’11, poi fu Pietro Anastasi a siglare il raddoppio al 32’. Molti ricordano Valcareggi per la contestata staffetta Mazzola-Rivera del 1970, non va dimenticata questa coraggiosa decisione che di fatto ha regalato all’Italia il primo e finora unico titolo europeo. (p.o.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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