In due grandi dipinti rivive la Belle Époque
Giuliana Altea: «I primi passi del pittore ispirati da Degas e Toulouse-Lautrec». Due grandi bozzetti per una festa dei primi del Novecento saltano fuori da una soffitta: in caricatura la bella società cittadina che animava il circolo dell’aristocrazia
SASSARI. Due momenti di festa, due immagini in cui il tempo si è fermato e si ha quasi l’impressione di sentire i profumi delle signore in maschera e l’odore delle pipe degli uomini in frac. Due fotografie di un’epoca in cui Sassari aveva due volti. Quello della gente normale, povera o poverissima, che lottava ogni giorno per avere qualcosa da mettere a tavola, e quello dell’alta borghesia, che aveva il tempo e il denaro per divertirsi, organizzando feste sfarzose, veglioni in maschera e serate danzanti. Dopo avere passato un secolo “nascosti” in una casa di campagna alle porte di Sassari, essere finiti in una soffitta e poi recuperati e restaurati, due straordinari dipinti di Giuseppe Biasi (Sassari 1885 - Adorno Micca 1945) da pochi giorni sono arrivati nelle mani di un giovane collezionista sassarese che ha deciso di mostrarli. Si tratta di due enormi bozzetti preparatori per i manifesti di due veglioni che, quasi sicuramente, si sono tenuti al Circolo Sassarese tra il 1905 e il 1906. Nei dipinti, alti un metro e sessanta, sono ritratti numerosi personaggi sassaresi dell’epoca, con lo stile della caricatura tipico di quel periodo giovanile di Biasi. Si tratta di due opere non finite, ma che hanno una grande forza compositiva.
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Tra le persone ritratte sono stati identificati dal proprietario, grazie all’aiuto di alcuni discendenti, il marchese Nicolò di Suni, l’ex sindaco di Sassari Pietro Satta Branca, tra i fondatori della Nuova Sardegna, e i giornalisti dello stesso quotidiano: Barore Scano, Salvatore Manconi e Medardo Riccio. Ma la “caccia” all'identificazione delle altre persone ritratte continua: il proprietario delle due grandi tele, infatti, spera che qualche discendente riesca a riconoscere i suoi “avi” dalle foto pubblicate in questa pagina. Ciò che sorprende di questi due dipinti è la loro assoluta rarità. Di quel periodo straordinario di Giuseppe Biasi, infatti, sono arrivate fino a noi pochissime opere. Una delle più famose è proprio quella dei giornalisti della Nuova Sardegna, di proprietà del giornale, in cui sono ritratti Salvatore Manconi, Barore Scano, Salvator Ruju, Ernesto Butta e Medardo Riccio. Altri lavori di quell’epoca sono noti perché pubblicati in alcune riviste del periodo. Un ritrovamento, quello fatto dal collezionista, che consente di avere una idea più precisa dell’attività artistica di Biasi in quel periodo così importante della sua carriera. Per questo motivo e per capire meglio la portata della scoperta, abbiamo sentito la storica dell’arte Giuliana Altea, massima studiosa del pittore, nonché professore di storia dell’Arte contemporanea all’università di Sassari e presidente della fondazione Costantino Nivola.
Giuseppe Biasi è un artista del quale sembrava si sapesse praticamente tutto: su di lui esistono un’ampia monografia di riferimento pubblicata da lei e Marco Magnani nel 1997 e diversi cataloghi. Invece ecco saltare fuori a sorpresa questi due inediti...
«È vero, di Biasi si sa quasi tutto, la sua vasta produzione (dipingeva come un demonio) è ben documentata, ma bisogna dire che le opere del primissimo periodo sono piuttosto rare. Parliamo degli anni d’inizio secolo, quando un Biasi ventenne muoveva i primi passi come artista nel campo della caricatura, in un contesto dove la caricatura e il disegno satirico erano ampiamente coltivati, grazie anche alla diffusione dei giornali goliardici a tiratura più o meno occasionale. Una caricatura non è come un dipinto; tende a essere percepita come una creazione più effimera, con meno pretese di un quadro. Niente di strano dunque che poche di queste sue prove iniziali siano arrivate fino a noi; quando questo è avvenuto, spesso sono state conservate più come ricordi di famiglia che come opere d’arte».
Per essere caricature, i due quadri di cui parliamo sono piuttosto grandi...
«Infatti erano caricature di un genere particolare, bozzetti per manifesti destinati a pubblicizzare un veglione – su uno di essi si legge la scritta “Veglione delle Maschere” – o forse a decorare le pareti della sala dove il veglione si teneva. Era una pratica frequente nel primo Novecento. In Sardegna, molti artisti all’inizio della loro carriera hanno eseguito cartelloni e decorazioni di questo tipo, da Eugenio Tavolara a Stanis Dessy a Costantino Nivola. Si sa d’altra parte che la prima personale di Biasi, a Sassari nel 1905, consisteva proprio di caricature di grande formato raffiguranti circa 200 personaggi scelti tra le figure più in vista della città. Di questa serie di lavori si conoscono solo rari esempi; i due bozzetti ora venuti alla luce sono chiaramente da ricollegare allo stesso momento, rappresentano come quelli personaggi di spicco della società sassarese d’inizio secolo, ma sono più elaborati e più complessi dal punto di vista formale».
A parte la difficoltà di reperire opere di questo periodo, qual è il valore di questi due bozzetti?
«Sono lavori non finiti, ma di notevole effetto. Biasi a vent’anni possedeva già quel senso sicuro dell’impaginazione, quell’eleganza nella composizione, quel dominio del segno che caratterizzano la sua opera matura. Per lo storico dell’arte sono opere interessanti perché rivelano non solo la suggestione della grafica secessionista austriaca e tedesca, ma anche un’influenza francese più diretta di quanto potesse sembrare sulla base di altri lavori già noti realizzati nello stesso periodo dall’artista. Qui Biasi guarda a quella linea di ricerche che da Degas va a Toulouse-Lautrec, soprattutto a quest’ultimo, e – devo dire – con notevole maturità e scioltezza per un giovane di appena vent’anni, che tra l’altro si era avvicinato all’arte da autodidatta».
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