I riti e i misteri dei Gremi dal Medioevo all’Unesco
Partecipato convegno organizzato da Intergremio, Rotary e Comune Protagoniste le corporazioni cittadine, di cui si parlava già 700 anni fa
SASSARI. Non senza azzardo, qualcuno li paragona agli ordini professionali o alle associazioni sindacali, ma gli studiosi ritengono sia il risultato di una lenta trasformazione delle corporazioni medievali. Certo è che a Sassari, dal Medioevo a metà Ottocento, hanno avuto un ruolo primario nella vita economica e sociale della città.
Della storia dei gremi si è detto tanto, meno della loro vita interna, dei rituali di trasmissione del sapere, del vestiario e della infaticabile opera di custodi della tradizione secolare ancora viva grazie al loro impegno. Di questo e tanto altro si è discusso venerdì sera a Palazzo di Città durante il convegno “I gremi, dal Medioevo a oggi tra riti e misteri”.
Una riflessione a più voci, promossa dall’Intergremio e dal Rotary, d’intesa con il Comune, per ricostruire la storia intricata di un istituto che tra alterne vicende è presente in città da più di cinquecento anni. Eppure sono in tanti a non avere le idee molto chiare, malgrado gli studi, infatti, c’è chi identifica la festa dei candelieri con i gremi, dimenticando che tra gli uni e gli altri c’è qualche secolo di differenza.
Lo ha ricordato don Francesco Tamponi rimarcando il fatto che la tradizione dei ceri, come offerta votiva, risale già all’XI secolo: «candelieri e gremi - ha spiegato infatti lo studioso, delegato regionale per i beni culturali della Chiesa - non nascono in un colpo solo, ma sono un intreccio e una stratificazione di storie, risultato di almeno tre momenti diversi».
Le prime notizie sulle corporazioni si ricavano dagli Statuti sassaresi in cui, già nel 1331, si parla delle associazioni di mestiere legate all’economia della fervente realtà comunale. Ma i gremi propriamente detti arriveranno solo più tardi e saranno «modellati - ha spiegato Paolo Cau, direttore dell’archivio storico del Comune - sulle associazioni di mestiere di stampo iberico con una componente religiosa molto marcata».
L’origine della processione del Voto è il momento che riunisce le tre anime della festa, i gremi, la municipalità e la Chiesa, affiancate nella Faradda, intesa, secondo l’antropologa Chiara Solinas, «come una sorta di rappresentazione plastica dei tre poteri che allora reggevano la comunità». Poteri che nel momento critico, in una città massacrata dalla peste, decidono, con parere unanime, di rivolgersi all’Assunta. Una bella storia di fede in cui riaffiora l’elemento dell’offerta di ceri votivi alla Madonna, a ulteriore riprova del carattere religioso, oltre che laico, della festa. Pur conservando un nucleo originario sostanzialmente identico, la festa dei candelieri, ha vissuto, nei secoli, alterne vicende che sono alla base di quelle inevitabili trasformazioni a cui vanno incontro le attività umane. Il recente riconoscimento dell’Unesco come bene immateriale si inquadra in questo contesto e rimarca il carattere sociale e antropologico di una festa che, grazie alla devozione popolare e alla costante vitalità della comunità gremiale, ha saputo sfidare i secoli. Temi che presto confluiranno in un unico spazio fisico grazie alla prossima realizzazione del museo dei candelieri che sarà ospitato, su progetto dell’architetto Vanni Maciocco (intervenuto all’incontro), nella storica cornice del Palazzo della Frumentaria. Il convegno di venerdì sera, aperto da Luigi Fiore (Rotary Sassari Silki) e moderato dalla giornalista Ambra Pintore, è stato arricchito dai contributi di Antonio Arcadu, per anni direttore dell’Azienda di soggiornoe di Raimondo Rizzu, referente Unesco dell’Intergremio.
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