Morte del poeta Casu, perizia scagiona i medici

SASSARI. La condotta di uno dei due medici indagati non fu proprio «conforme alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica» ma, sostiene il perito, «non è dimostrabile...

SASSARI. La condotta di uno dei due medici indagati non fu proprio «conforme alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica» ma, sostiene il perito, «non è dimostrabile che questo comportamento abbia influenzato l’evoluzione clinica della patologia da cui fu colpito il paziente».

Il poeta Francesco Casu (in arte “Ettore Franco”), di 63 anni, era morto nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Civile di Sassari il 7 marzo del 2013 stroncato da un infarto.

I familiari, assistiti dall’avvocato Stefano Porcu, avevano presentato un esposto in Procura ritenendo che potessero esserci delle responsabilità da parte dei medici che avevano preso in cura il loro caro nel precedente ricovero alle Cliniche universitarie. Lo scorso dicembre il giudice per le indagini preliminari aveva archiviato la posizione di tre medici, accogliendo la richiesta arrivata dalla stessa Procura. Nel provvedimento di archiviazione il gip aveva però segnalato la necessità di approfondire quel che accadde nel pomeriggio del 16 febbraio 2013 dalle 15 alle 18, periodo in cui nel reparto di Medicina generale delle cliniche San Pietro i dottori Giampaolo Vidili e Pierluigi Meloni ebbero in cura il paziente. Per questo il procuratore Gianni Caria aveva chiesto un altro incidente probatorio per capire se questi altri due medici di fronte al sopraggiunto infarto al miocardio si comportarono secondo regole e protocolli prima di disporre il trasferimento di Casu in Terapia intensiva cardiologica (il paziente morì dopo 20 giorni). Il giudice Antonello Spanu aveva nominato il professor Antonio Osculati, dell’istituto di medicina legale dell’Università di Pavia. Il gip, in sostanza, avrebbe rilevato l'esistenza di «indizi del reato di omicidio colposo nei confronti del personale sanitario che ebbe in cura Casu tra le 15 e le 18, periodo in cui «i segni dell’infarto iniziavano a manifestarsi» e ha ritenuto necessario «valutare se questi sintomi siano stati sottovalutati o addirittura ignorati, con ciò ritardando la possibilità di un celere intervento potenzialmente salvifico». L'esame ha accertato che a causare la morte del paziente fu uno «scompenso cardiaco acuto conseguente ad infarto acuto del miocardio dovuto a un grave quadro di coronaropatia ateromasica diffusa».

Il perito ora conferma questa diagnosi ma rileva alcune “mancanze” nella condotta di Vidili (Meloni era uno specializzando «la cui posizione di garanzia nei confronti del paziente viene interrotta dalla presenza del medico strutturato», scrive il perito). In particolare Osculati osserva che Vidili, di fronte a un quadro cardiologico preoccupante «non allertò immediatamente gli specialisti...Decise di attendere» e di somministrare una terapia «non indicata però nel caso di infarto del miocardio». Allo stesso tempo «il ritardo e le imprecisioni nella diagnosi da parte del dottor Vidili non alterarono con alcuna certezza apprezzabile o probabilità il successivo decorso clinico e non sono quindi da porre in nesso causale con il decesso del signor Casu».

A conclusione della perizia disposta dal gip, il professor Osculati ha anche fatto una serie di «puntualizzazioni critiche sulla gestione complessiva del paziente durante il ricovero in clinica medica». Ora, per la posizione dei due indagati, bisognerà attendere la decisione del giudice. (na.co.)

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