Il personaggio: la maratona di Marco Spina nel deserto

Trentotto anni in Polizia a servire lo Stato, una sfida dopo l’altra fino alla gara estrema: 250 chilometri percorsi nel deserto

SASSARI. La corsa come via di libertà. Non gli è mai piaciuto stare fermo e ogni passo della sua vita è diventato una sfida, un modo per esplorare e imparare, ma anche per conoscere gli altri e mettere insieme - in una graduatoria speciale - i ricordi. A cominciare da quelli della lunga esperienza in polizia: 38 anni passati «dalla parte della giustizia, per aiutare gli altri e con uno sguardo sempre attento a coloro che avevano bisogno». La storia che gli balena sempre nella mente? Quella che riporta alla sera della liberazione di Farouk Kassam, il bambino tornato a casa dopo 177 giorni di drammatica prigionia, segnato duramente dai sequestratori che gli avevano tagliato un pezzo di orecchio.

«Come fai a dimenticare una cosa simile? E un flash che ricompare sempre». Marco Spina, 56 anni, è nato a Porto Torres, vive ad Alghero e ha girato l’Italia e l’Europa per lavoro e per sport. Gli mancava un po’ la sabbia, non quella del suo mare ma quella del deserto, dove puoi correre sotto le stelle affondando le scarpe nella terra. Due mesi fa la mania di non stare fermo - alimentata da quella che definisce un po’ di sana follia - l’ha portato a infilarsi nella missione più difficile: la “Oman Desert Marathon”, la corsa notturna in sei tappe divise tra loro da poche ore di sonno. Una di quella gare che ti ricordano «che non sei Dio, anche se alcuni sono convinti di esserlo». Marco è un trailer esperto ormai, ha affrontato la pesante e impegnativa prova in uno dei deserti più affascinanti del mondo e fra i 110 atleti provenienti da 15 differenti nazioni ha ottenuto il dodicesimo posto assoluto portando a compimento l’impresa in 20 ore e 29 minuti.

Allora da dove cominciamo?
«Non so, non sono abituato alle interviste, sono sempre rimasto nelle seconde file. Dunque: sono una persona semplice, nella mia vita ho fatto soprattutto il poliziotto e la parte più intensa che porto dentro di me è riferita alle esperienze nell’antisequestri (De Angelis, Scanu, Kassam), poi sono stato anche alla Digos, ho svolto servizi di protezione personale, anche con il ministro dell’Interno Beppe Pisanu (poi presidente dell’Antimafia).

Marco Spina

Dalla polizia alla corsa, sembra davvero una scelta per non stare mai fermo appena raggiunta la pensione?
«Forse è vero. Da ragazzo giocavo a calcio, me la cavavo bene. Poi nel 1995 ho abbandonato, mi ero rotto le scatole. Troppe invidie, dovevi cercarti la squadra, stava emergendo una mentalità assurda che ancora resiste. Non era più il mio sport, quello che avevo conosciuto da ragazzo nel quartiere popolare del Satellite a Porto Torres».

Quindi avviene il passaggio alla corsa?
«È così. Ho cominciato a macinare chilometri quando ero ancora in polizia: la prima gara nel 1995, era un“Vivicittà” a Sassari. Mi sono reso conto che riuscivo a stare dietro ad atleti che si allenavano da 10-15 anni, mentre io ero improvvisato, alimentato da una grande passione e dal senso autentico della sfida».

Marco Spina durante una maratona nel deserto

E allora si fa sul serio?
«I primi allenamenti mi hanno aiutato a capire che potevo migliorare tanto, ho beneficiato della consulenza a distanza di Orlando Pizzolato (l’atleta italiano specializzato nelle maratone). A 40 anni ho fatto la maratona di Londra in 2 ore e 40’. E da quel momento non mi sono più fermato: le più grandi corse le ho affrontate tutte. Ventisette maratone, e tra queste New York (3), Boston, Chicago, e ancora Budapest, Parigi e Berlino».

Però non bastava?
«La strada mi stava annoiando, ho sentito il bisogno di aprire un nuovo fronte e di cercare altre sfide. E da quattro anni ho deciso di fare le “estreme”. Me le ha fatte conoscere Filippo Salaris, uno dei più forti trailer sardi. Ero infortunato e mi ha indirizzato da Gavino Ruzzu, osteopata di Alghero - anche lui con la passione della corsa - che mi ha rimesso in piedi. Con loro ho parlato della “Oman desert Marathon”. Mi sono appassionato: un anno e mezzo per trovare gli sponsor, allenamenti durissimi in campagna...».

Fino alla gara del novembre 2016?
«È stata durissima: 250 chilometri in 5 tappe, con uno zaino in spalla dove c’è tutto, il sacco a pelo, il materassino, il cibo. Insomma è la tua casetta mobile per un viaggio epico nel deserto. Ho trascurato qualche consiglio e ci ho rimesso le unghie dei piedi. Ho lottato e sofferto tanto ma non ho mollato mai. Sono arrivato alla fine, una sfida straordinaria. Nel 2018 ci voglio ritornare con una esperienza diversa e scrivere un altro pezzo di storia della mia vita».

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