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Sassari

I medici a processo per la morte di un poeta

I medici a processo per la morte di un poeta

Nel 2012 il giovane algherese Luca Scognamillo si suicidò lanciandosi dal ponte di Calabona

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SASSARI. «Omessa cura di uno stato depressivo che peggiorava progressivamente fino a cronicizzarsi e a spingere il giovane Luca Scognamillo al suicidio». Così descriveva il pm Caria i comportamenti dei medici Mario Piredda, Giuseppe Dore, Marinella D’Onofrio e Massimo Lai tutti rinviati a giudizio ieri per omicidio colposo. Piredda (assistito dagli avvocati Elias Vacca e Antonello Pais) è stato però prosciolto dalle accuse di maltrattamenti e lesioni. La vicenda processuale riguarda il triste destino del giovane poeta di Alghero che il 15 giugno del 2012 si tolse la vita lanciandosi dal ponte di Calabona. «Era affetto da forti dolori articolari causati da tenosinovite e borsite – scrive Caria – oltre che da uno stato depressivo derivante dall’impossibilità di fare sport e dalla convinzione di non poterlo più fare, tale da renderlo vulnerabile e suggestionabile». Il giovane a un certo punto andò in cura dal fisiatra Mario Piredda «che anziché indirizzarlo alle cure di uno specialista affidabile» secondo il pm «lo convinse del fatto che i suoi dolori erano di origine psicosomatica e che pertanto avrebbe dovuto seguire il percorso terapeutico della Psiconeuroanalisi dal dottor Dore». Ci fu un colloquio successivo con Dore, D’Onofrio e Lai durante il quale «furono fatti fare a Scognamillo esercizi di coordinazione delle mani che lui non riuscì a compiere bene e Dore gli disse che “era tornato allo stadio della scimmia”». Il ragazzo fu seguito inizialmente solo da Piredda che «gli vietò di scrivere poesie e di prendere farmaci non accorgendosi che il suo stato depressivo peggiorava». Nelle sedute successive «il giovane venne convinto – sempre secondo l’accusa – di essere un narcisista negativo, di avere una doppia personalità, identificandola come quella del killer seriale o del killer emozionale». «Scognamillo pensava inoltre di avere la personalità dell’Arcangelo Michele e che tale figura era destinata per natura a non avere legami con nessuno». Da qui, secondo la Procura, cominciò il percorso di allontanamento del ragazzo dagli affetti. In seguito i genitori (che si sono costituiti parte civile con gli avvocati Danilo Mattana e Alberto Sechi) portarono il proprio figlio da un neuropsichiatra che ne riconobbe il grave stato psichico. Fino alla “riunione conviviale” nel corso della quale «Dore si rivolse a Luca Scognamillo dicendogli: “Tu vuoi morire”. Alla risposta affermativa del ragazzo, Dore rispose: “E allora fallo”». (na.co.)

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