Omicidio Erittu, il processo è da rifare

Colpo di scena nel giallo sulla morte del detenuto, la corte d’assise d’appello chiede una nuova perizia medico legale

SASSARI. Tutto da rifare. Si riparte da zero con una perizia del medico legale Sergio Lafisca che avrà il compito di accertare le cause della morte di Marco Erittu, il detenuto trovato senza vita nella sua cella di San Sebastiano il 18 novembre del 2008. Erittu si è suicidato o è stato ucciso? I tre imputati di omicidio, assolti in primo grado per non aver commesso il fatto, sono colpevoli o innocenti?

Colpo di scena. Ieri mattina la corte d’assise d’appello è uscita dalla camera di consiglio non con una sentenza – come tutti si aspettavano – ma con un’ordinanza che ha disposto la rinnovazione parziale dell’istruttoria dibattimentale. L’obiettivo della corte presieduta dal giudice Plinia Azzena è quello di chiarire attraverso la perizia come è morto Marco Erittu. Un caso che inizialmente era stato archiviato come suicidio, fino alle dichiarazioni del pentito Giuseppe Bigella che, autoaccusandosi del delitto, aveva chiamato in correità tre persone, finite poi a processo con l’accusa di omicidio in concorso. Altre due erano invece imputate di favoreggiamento. In primo grado erano stati tutti assolti.

La sentenza di primo grado. Il 23 giugno 2014 erano stati assolti dall’omicidio in concorso gli imputati Giuseppe Vandi, Nicolino Pinna (entrambi ex detenuti) e Mario Sanna (agente di polizia penitenziaria) e dall’accusa di favoreggiamento (sempre in relazione all’omicidio Erittu) gli altri due imputati Giuseppe Sotgiu e Gianfranco Faedda (in servizio come agenti a San Sebastiano). Il pm Giovanni Porcheddu aveva chiesto l’ergastolo per i primi tre e una condanna a quattro anni per gli altri. Richieste alle quali si erano allineati i legali di parte civile Marco Costa, Nicola Satta e Lorenzo Galisai. Nelle motivazioni, i giudici della corte d’assise avevano spiegato che l’istruttoria dibattimentale non aveva «consentito di acquisire, oltre alle dichiarazioni auto ed etero accusatorie di Bigella, elementi idonei dotati di un minimo di certezza tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu sia da ricondurre a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nelle prime indagini del 2007». Sempre nelle motivazioni i giudici si soffermavano sulla causa della morte e in particolare sulle «diverse e contrastanti opinioni dei consulenti» di accusa e difesa «che hanno un limite in comune: hanno effettuato le loro valutazioni sulla base del corredo fotografico effettuato in sede di autopsia e quindi non sulla scorta di una osservazione diretta del corpo della vittima».

L’appello. «Il detenuto Marco Erittu non si è suicidato, è stato ucciso». Forti di questa convinzione i pubblici ministeri Sergio De Nicola e Gian Carlo Moi – rispettivamente sostituti procuratori della Procura generale nella sezione distaccata di Sassari e alla corte d’appello di Cagliari – due anni fa avevano presentato appello contro quella sentenza di assoluzione. Duecentoquarantaquattro pagine al termine delle quali chiedevano alla corte d’assise d’appello di «disporre la parziale rinnovazione del dibattimento con l’espletamento di un’altra perizia medico legale sulla causa della morte e un accertamento tecnico sulla striscia di coperta in sequestro per la ricerca di tracce biologiche e l’estrazione del Dna per l’attribuzione alla vittima».

La nuova perizia. Richiesta accordata ieri dalla corte d’assise d’appello. Il presidente Plinia Azzena dopo aver letto il contenuto dell’ordinanza ha rinviato l’udienza al 17 febbraio per l’affidamento dell’incarico a Lafisca, specialista in medicina legale a Venezia. Anche in questo caso, così come era accaduto in primo grado, il perito dovrà basarsi su fotografie, atti, consulenze, materiale già acquisito.

I dubbi della Procura generale. È evidente che la corte d’assise d’appello ha fatto proprie le perplessità già espresse da De Nicola e Moi nell’appello: «Si parla di un detenuto rinchiuso in una cella liscia (singola e priva di suppellettili) – scrivevano – che poche ore dopo è stato rinvenuto privo di vita per una causa mortis pacificamente non naturale (asfissia meccanica primitiva violenta) e che presentava al collo una striscia di coperta non agganciata ad alcun appiglio fisso (ma semplicemente poggiata all’asta della spalliera del letto) e che il dibattimento ha accertato non provenire dalle coperte presenti in cella». Circostanze, queste, che «escludono in radice la possibilità che sia stato il detenuto a “costruirla” e a usarla contro di sè (e quindi il fatto stesso del suicidio) e rendono palese la natura omicidiaria dell’evento, in piena conformità con le dichiarazioni di Giuseppe Bigella che ha confessato di aver personalmente ucciso Erittu su mandato di Vandi, con la collaborazione di Pinna al quale spettava il compito di simulare un suicidio, e del poliziotto penitenziario Mario Sanna che ha reso possibile l’ingresso in cella».

Le certezze della difesa. I legali difensori (Agostinangelo Marras e Mattia Doneddu per Sanna, Pasqualino Federici e Patrizio Rovelli per Vandi, Luca Sciaccaluga per Pinna, Gabriele Satta per Sotgiu e Giulio Fais per Faedda) hanno ricordato più volte che «la perizia della corte d’assise si è conclusa con l’affermazione che Marco Erittu morì per impiccagione incompleta», e «che mancano completamente i riscontri alle accuse di Giuseppe Bigella, una persona bugiarda, un calunniatore anche in precedenti circostanze». Il riferimento è all’omicidio (commesso da Bigella e per il quale è già stato condannato) della gioielliera Fernanda Zirulia: «In quell’occasione calunniò il figlio della Zirulia sostenendo che il delitto era stato compiuto a margine di un traffico di droga in cui lui era coinvolto e che era gestito da Pino Vandi». Una vera ossessione quella contro il compagno di detenzione Vandi che, secondo i legali, spinse Bigella a inventare l’omicidio di Marco Erittu.

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