L’acqua del rubinetto a Parigi si beve. E da noi?
L'OPINIONE - Facile risolvere il problema con le ordinanze di non potabilità. Ma forse dovremmo copiare chi garantisce quantità e qualità a milioni di persone
Trovandomi all’estero per alcuni giorni, le notizie ricorrenti e provenienti dalla Sardegna riguardavano la siccità e Abbanoa. In Sardegna piove tanto da fare disastri o non piove da mesi e fa altrettanti disastri. Le condotte perdono metà dell’acqua lungo il tragitto e così è da decenni. Sono stati creati nuovi bacini di raccolta, eppure il problema è sempre rimasto.
Un’ordinanza sindacale risolve il problema dell’acqua potabile; così in 30 anni i sindaci di un Comune della Sardegna fanno oltre 60 ordinanze sull’utilizzo dell’acqua, lavandosene le mani, ma senza berla. Ma la bolletta Abbanoa arriva comunque, anche senza quel diritto elementare di avere in casa acqua potabile. Ciò che 50 anni fa veniva garantito ora non lo è più.
Nel frattempo mi è capitato di bere un bicchiere di acqua fresca dal rubinetto di una casa a Parigi. Quasi meravigliato per la provenienza (in Sardegna ho vissuto a Nuoro, Cagliari, Sassari e Alghero dove non potevo avere lo stesso diritto o piacer che sia) mi sono informato sull’origine, sul controllo e sulla qualità della distribuzione.
Ebbene, quasi due secoli fa fu il barone Haussmann che, lungimirante, rivoluzionò il sistema di approvvigionamento dell’acqua per la Ville Lumière che già allora aveva oltre un milione di abitanti, creando serbatoi di raccolta vicino a Orly che da lì senza alcun impianto di sollevamento distribuivano l’acqua all’intera città; in alcuni casi con le sorgenti a 150 km di distanza.
Pensando a ciò che è diventata Parigi ora, con i suoi oltre due milioni di abitanti (7 con l’hinterland), mi sembra impossibile riuscire a gestirne e garantirne sia la quantità che la qualità. Eppure dal 2009 il Comune di Parigi, dopo varie esperienze di gestione affidata a enti privati, gestisce in toto la distribuzione dell’acqua, fornendo un servizio e traendone pure profitto.
Parlo di azienda municipalizzata, all’avanguardia anche con il trattamento, a base di ozono e raggi ultravioletti, con minima presenza di cloro, per eccesso di prudenza; talmente poco che l’ente consiglia di lasciare l’acqua in bottiglia per due ore prima del consumo per eliminare il fastidioso sapore. La solita lamentela, la solita critica? No, solamente constatazioni pratiche affinché si torni all’analisi di un problema e alla sua risoluzione, anziché evitarla. Quando passate per Parigi ricordatevi anche in ristorante di chiedere l’acqua municipale, anche perché la Perrier o l’Evian vi costa più del vino. Non è l’erba del vicino più verde, ma la competenza, maggiormente riconosciuta e applicata.
P.S. Nel 2011 gli italiani al referendum a difesa dell’acqua pubblica hanno votato a favore. Un decreto in corso tende a non riconoscere la volontà degli italiani.
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