Algerini fuori controllo: emergenza nell’isola

Non chiedono asilo e dovrebbero essere rimpatriati entro una settimana, ma in assenza di strutture sono liberi di viaggiare anche senza documenti

SASSARI. Bachir Hadjadj è ritornato in Europa passando da Cagliari. Il 36enne algerino era stato espulso a maggio dalle autorità belghe perché in possesso del pedigree del perfetto jihadista. Un episodio che ha smascherato un buco nero nella strategia dell’accoglienza in cui si infilano centinaia di algerini che riescono a limitare i controlli al minimo indispensabile e che spariscono dai radar delle forze dell’ordine subito dopo l’arrivo in Sardegna.

I fantasmi della migrazione in arrivo dall’Algeria lo sanno e si comportano di conseguenza. Per evitare di finire nei centri di accoglienza e ritornare in strada praticamente all’istante è sufficiente non richiedere asilo, venire bollati come “non aventi diritto all’accoglienza” e ottenere un foglio di espulsione da rispettare entro sette giorni. Con mezzi propri. Nell’isola non esistono i “centri di permanenza per i rimpatri” e l’unica alternativa in mano alle forze dell’ordine è il foglio di via, con la speranza che i destinatari del provvedimento seguano le procedure.

Il corto circuito. Nella settimana di tempo che ogni ospite indesiderato ha a disposizione per fare i bagagli e ritornare sui suoi passi, però, può succedere qualsiasi cosa. Anche che – come nel caso di Bachir Hadjadj – un 36enne sospettato di terrorismo salga sulla nave che collega Cagliari con Civitavecchia utilizzando come documento proprio il foglio di via. Un episodio che sembra trasformare la Sardegna nella rampa di lancio per l’Europa di possibili terroristi. Ne ha parlato anche il presidente della Regione, Francesco Pigliaru, che aveva chiesto più volte l’intervento del ministro degli Interni Marco Minniti per “garantire l’espatrio immediato” di chi rifiuta l’asilo.

I viaggi e i controlli. I migranti fantasma prendono il mare dalle spiagge algerine a bordo di piccole imbarcazioni che impiegano dalle dieci alle dodici ore di navigazione per raggiungere i lidi del Sulcis. Le dimensioni ridotte degli scafi rendono complicata la localizzazione e la maggior parte dei passeggeri, infatti, riesce a sfuggire ai pattugliatori delle forze dell’ordine e a sbarcare in Sardegna: «L’80 per cento degli algerini che arrivano nel Sulcis viene rintracciato dopo l’arrivo e identificato da una task force della polizia – spiega Giovanni Secci, appuntato scelto della Guardia di finanza che si occupa proprio della gestione dei flussi migratori –. Quando invece sono i nostri pattugliatori, quelli della Guardia costiera o i mezzi dell’agenzia europea Frontex a intercettare i mezzi in arrivo, il nostro compito è comunicare la notizia al centro di coordinamento internazionale di Roma che fa scattare i meccanismi dell’identificazione che precedono quelli dell’accoglienza».

L’identificazione. Con le imbarcazioni provenienti dalla Libia non ci sono mai troppi problemi: «I migranti vengono accolti, medicati e identificati. La maggior parte chiede asilo e viene destinata ai centri di accoglienza in base alle loro caratteristiche – spiega Fabrizio Selis dell’Ufficio immigrazione della Questura di Cagliari –. Il discorso si complica con gli algerini perché quasi tutti non chiedono l’asilo politico e non ottengono quindi il diritto all’accoglienza». Un dettaglio che, in assenza dei centri in cui dovrebbero essere destinate le persone in attesa di rimpatrio perché non in possesso dei requisti necessari per restare in Europa, apre uno spiraglio all’immigrazione incontrollata di centinaia di persone.



Nei primi tre giorni di ottobre dall’Algeria sono arrivati 108 persone, 106 uomini e solo 2 donne. A settembre, invece, quelli intercettati erano stati 474. Molti di loro hanno sfruttato la falla nel sistema di accoglienza sardo che, probabilmente, potrebbe non essere l’unica: «Tutte le persone fermate dopo gli sbarchi vengono sottoposte ad accurati controlli medici e subiscono una pre-intervista in cui devono comunicare le loro generalità fino al riconoscimento – spiega ancora Fabrizio Selis –. Chi si presenta sprovvisto di documenti continua il ciclo di interviste e le sue impronte digitali vengono incrociate con le banche dati della polizia e con quelle dell’Interpol».

Una procedura che funziona quasi sempre ma che ha avuto un problema quando si è trattato di identificare il 36enne algerino arrestato venerdì a Roma. In questo caso, però, dalla polizia non arrivano informazioni: «Purtroppo non possiamo rispondere perché sono la attività investigative sono ancora in corso», commenta Selis. Quello che invece non è un mistero è ilo meccanismo che permette agli algerini, e a chiunque non chieda asilo, di evitare i centri di accoglienza: «In questi casi vengono avviate le procedure di rimpatrio che i destinatari dovrebbero attendere in stato di detenzione all’interno dei centri specializzati – concludono dall’ufficio immigrazione –. Purtroppo questi centri non sono disponibili e dunque viene loro consegnato il foglio di espulsione e gli viene ordinato di lasciare l’Italia entro sette giorni. Chiaramente durante questo periodo vengono tenuti sotto controllo e sono sempre rintracciabili».


 

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