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Sassari

Sices, cassa integrazione per cinquanta operai

di Gavino Masia
Sices, cassa integrazione per cinquanta operai

Protesta silenziosa dei lavoratori che attendono di poter rientrare in officina L’ultima commessa potrebbe segnare il rilancio dell’azienda metalmeccanica

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PORTO TORRES. Da qualche giorno sul muro esterno della Sices, una delle aziende storiche dell’area industriale, compare uno striscione con la scritta “I lavori devono essere finiti qui a Porto Torres”. All’interno degli uffici e dell’officina, invece, ieri mattina si sentiva solo un silenzio assordante che non lascia presagire niente di buono per i dipendenti che hanno lavorato per tanti anni nell’azienda che la stabilimento più importante nella sede lomabarda di Lonate Ceppino.

Già da qualche anno la Sices aveva messo in cassa integrazione diversi lavoratori e allo stato attuale ci sono pochissime persone che garantiscono la sicurezza degli edifici con la loro presenza. A quanto pare l’azienda è in forte sofferenza economica e, pur disponendo di una commessa, non riuscirebbe a garantire il lavoro richiesto. Questo conferma, purtroppo, quello a cui si assiste da un po’ di tempo nell’area artigianale, quasi un effetto domino che sta facendo cadere in serie diverse aziende e che fa crescere il numero dei disoccupati e di quelli che, fortunatamente, possono usufruire ancora di un paracadute sociale. Eppure le officine Sices di via Pigafetta, di fronte alla strada statale numero 34, sono state pionieri dell’era industriale di Porto Torres: nel 1962 il primo lavoro in Sardegna, alcuni impianti per il nuovo stabilimento petrolchinico della Sir di Nino Rovelli, e successivamente la cantieristica e l’apertura negli anni ’90 di due stabilimenti nell’area industriale turritana. Fino a pochi anni fa, inoltre, la Sices aveva messo il marchio di fabbrica sulle grandi opere che uscivano dall’officina, come gli scambiatori di calore partiti alla volta degli Stati Uniti, destinati a una raffineria di New Orleans nella Louisiana, e due grandi caldaie per produzione vapore destinate a una centrale elettrica in Messico (alte circa 12 metri e larghe circa 11). L’azienda ha sempre avuto un rapporto privilegiato con le commesse estere - circa il 70 per cento delle produzioni erano destinate agli Stati Uniti, paesi arabi, Cina, India, Africa ed ex Unione Sovietica - e la grande professionalità dei propri metalmeccanici era sinonimo di garanzia ed efficienza in relazione al prodotto finito e consegnato.

Non solo. Tecnici e operai specializzati vengono inviati dalla Sices in diversi paesi stranieri per “montare” gli impianti industriali, commesse che finora hanno consentito all’azienda lombarda di restare sul mercato internazionale. Adesso, però, una cinquantina di dipendenti sono in cassa integrazione, in attesa di poter rientrare al lavoro, sapendo che c’è una commessa assegnata all’azienda che potrebbe anche segnare il rilancio della Sices.

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