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Sassari

«Qui a Sassari ho scoperto la forza di un popolo capace di cambiare»

di MANOLO CATTARI
«Qui a Sassari ho scoperto la forza di un popolo capace di cambiare»

Il racconto di un 27enne siriano e della sua famiglia sparsa per il mondo perché in fuga dalla guerra «Tutti dovrebbero essere come voi italiani. Ma all’inizio credevo che viaggiaste solo in Ferrari...»

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«Crescere soli, senza famiglia, è più un sopravvivere che vivere. Di per sé fa crescere, ma perdendo tante emozioni. Quelle più belle». Mentre Mustafa Khalaf racconta la sua vita, gli si inumidiscono gli occhi chiarissimi come il cristallo o come i gatti, come si dice a casa sua. Siriano dalla carnagione scura e con gli occhi chiari come un husky persiano. «Ho lasciato i miei nipoti che avevano 4 anni – sintetizza –. Ora vanno in terza media».

Quella di Mustafa è l’unica famiglia, della sua allargata, a non aver perso nemmeno un membro nella guerra che da sette anni devasta la Siria. In compenso sono 28 i cugini morti e i nove membri della famiglia Khalaf sono sparsi per l’Eurasia: una sorella e un fratello vivono in Libano, lui in Sardegna, uno in Turchia, gli altri con i genitori in Svezia. Sono tutti scappati da Aleppo in tempi diversi: «Quando ancora i miei vivevano in Siria, e io ero al sicuro in Sardegna, mi sentivo in colpa. Io potevo tranquillamente scendere al supermercato a comprare del cioccolato o del pane loro a stento mangiavano».

Senso di colpa. Azab è il nome dell’emozione in siriano che descrive questo stato d’animo, che forse in italiano si può tradurre con il senso di colpa del sopravvissuto. Si percepisce chiaramente nelle sue parole: «Nella nostra cultura, parlare di cibo fa parte della normalità e rinunciare all’idea di potergli chiedere cosa avessero mangiato, perché sai che non hanno mangiato bene, ti fa sentire disumano».

La maglietta di Vieri. Mustafa ha 27 anni, da dieci vive in Italia e lavora a Sassari come Oss e tra un po’ inizierà un suo percorso come perito per il Tribunale. L’Italia era il suo paese dei sogni sin da bambino, da quando il padre, che nella penisola viaggiava per lavoro, gli aveva portato la maglietta di Vieri della Sampdoria. «La prima cosa che mi ha colpito venendo qui è stata la Smart: pensavo che l’Italia fosse piena di Ferrari, invece quando sono arrivato non ne ho visto neanche una, ma in compenso era pieno di Smart. Ricordo che ho chiesto a mio padre se avesse il motore. Alla fine l’ho anche avuta per due anni».

Mustafa ama l’Italia, la Sardegna nello specifico, e la nostra complessità, che non si può semplificare in una foto, in un libro o in un film, per quanto possano essere belli. Ama la nostra grinta nell’affrontare le sfide, la nostra capacità di rialzarci. A domanda diretta risponde che non è spaventato dalle attuali politiche sull’immigrazione: «Gli italiani hanno scelto, ben venga. È casa loro e comandano loro. Siete un grande popolo in grado di cambiare e rialzarsi. Tutto il mondo dovrebbe essere come voi».

Ma specifica che non è certo la “pacchia” che spinge un profugo siriano a partire: «Veniamo da un passato dove siamo stati noi ad accogliere, ceceni, tedeschi dopo la seconda guerra mondiale, iracheni, musulmani russi e libanesi che scappavano dalla guerra. Perciò dopo 6000 anni di storia, è la prima volta che scappiamo da casa nostra per motivi veramente grandi».

La fuga di Younes. L’ultimo membro della famiglia Khalim a fuggire è Younes. È il 2013 e una settimana prima di partire è ad Aleppo in ospedale, perché malato di cancro e sta facendo la chemioterapia. La madre, in Svezia, non sa della malattia, la preoccupazione e la distanza la ucciderebbe. E mentre Younes è ricoverato, una bomba fa saltare in aria mezzo ospedale, lasciando un suono di sottofondo costante per un po’, tipico della deflagrazioni. Proprio quella mattina la signora Khalim chiama il figlio, Younes la tranquillizza dicendo che quel suono che sente è la frittura di un uovo in padella. Nel frattempo ha già chiamato un amico per portalo via e scappare dall’ospedale.

«Azab!» Mentre corrono per raggiungere la macchina parcheggiata, l’amico verrà freddato da un cecchino. Si chiamava Faraj Il Hay, aveva 20 anni. Younes scappa e dopo una settimana raggiunge Beirut. Mustafa è gia in Italia segue tutta la faccenda al telefono ed è l’unico della famiglia ad essere informato. Azab! Chi scappa cerca la vita, non la pacchia. Azab è l’emozione souvenir dalla Siria e in questo viaggio a km 0, l’ho un po’ provata anche io. «Dirw balkom alla halkom Mustafa» saluto di commiato tipico siriano che in italiano si può tradurre con un “abbi cura di te”.

Siria 2500 km da Sassari a km 0. Prossima fermata Moldavia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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