«Non liberate mai gli animali esotici»

Muzzeddu (Cras Bonassai): «Danno incalcolabile l’abbandono delle tartarughe americane, acquisti più consapevoli»

SASSARI. Tartarughe originarie degli Stati Uniti, ragni sudamericani, conigli nani, iguana. E persino falchi, la moda più recente. Nelle case (e nelle gabbie) delle famiglie sono diventati i nuovi animali da compagnia, in sostituzione di cani e gatti. Peccato però che, dopo il primo entusiasmo, alcuni proprietari decidano di disfarsene, liberandoli in natura. Innescando, con l’abbandono di specie esotiche o peggio ancora “aliene invasive” una bomba ecologica di cui probabilmente non sono consapevoli. E così ecco che le tartarughe palustri americane si riproducono nello stagno di Platamona, nelle vasche del parco di Monserrato o nei corsi d’acqua della provincia, sferrando un silente attacco alla biodiversità. Ma vuoi per ignoranza, vuoi anche per malafede, si continua a disfarsene, dopo essersi trastullati con loro per qualche anno, e a volte anche meno, perché si deve andare in vacanza, oppure l’animale è cresciuto troppo ed è di difficile gestione. E questo criticabile atteggiamento non riguarda solo le Trachemys scripta, considerata tra le più pericolose specie invasive, e di cui entro il prossimo agosto sarà obbligatorio denunciare il possesso.

«Purtroppo in Italia, per quanto si siano fatti molti passi avanti, manca la cultura del rispetto degli animali e della natura – riflette Marco Muzzeddu, responsabile del Cras (Centro recupero animali selvatici) di Bonassai –. Ma soprattutto manca l’informazione e sanzioni pesanti che scoraggino simili deleteri comportamenti. In Germania, l’abbandono di un animale è punito con una pena fino a otto anni di carcere. Il problema sta diventando talmente enorme che non è da escludere nemmeno il divieto di commercializzazione ».

Cosa deve sapere, quindi, chi acquista un animale da compagnia esotico? «Prima di tutto che non è un giocattolo, ma un essere vivente e come tale va trattato – prosegue Muzzeddu – e questo è comunque un ragionamento che vale per tutte le specie. Quindi l’acquirente deve essere consapevole che rappresenta un impegno e a volte un sacrificio tenerlo in casa. Ma se intervengono fattori che lo impediscono, non si deve assolutamente liberarlo. Perciò prima dell’acquisto può rivolgersi in primo luogo al Corpo Forestale che gli consiglierà cosa fare, oppure all’assessorato regionale alla Sanità o a noi che ugualmente possiamo indirizzarlo sui passi da compiere». Bonassai è uno dei due centri di recupero esistenti in Sardegna che fanno capo all’Agenzia regionale Forestas, l’altro si trova a Monastir e un terzo dovrà nascere presto a Olbia.

«Purtroppo molti acquirenti sono inconsapevoli dei danni ambientali che comporta liberare un animale che non fa parte della nostra fauna autoctona – conferma Roberto Manca, proprietario del negozio “Quante Zampette” a Predda Niedda –. Noi, al momento della vendita li informiamo, e infatti alcuni, quando scoprono che l’esemplare che hanno scelto è soggetto al certificato Cites, ed è quindi tracciabile la proprietà, rinunciano. Spesso ci capita anche che ci chiedano di riprenderlo perché non possono più occuparsene. Non è un nostro compito e quindi li consigliamo di trovare qualcuno che sia disponibile a accoglierli. Ma certo non è facile sapere se ci danno ascolto».

Per quanto riguarda le tartarughe americane, sono migliaia quelle che si sono diffuse nella nostra isola, complice il fenomeno dell’abbandono. Un fenomeno sottovalutato in passato (tanto che di alcune specie è stata vietata la commercializzazione, dopo il boom di vendite degli Anni Ottanta e Novanta) e a cui adesso si sta cercando di porre rimedio. Dopo aver recepito, con un ritardo di tre anni, le norme comunitarie in materia, il ministero della Salute ora sta cercando di colmare le lacune esistenti, prima tra tutte la registrazione del proprietario.

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