Il rettore di Sassari: «Formazione top e occhi al mondo per far brillare i migliori talenti»

Carpinelli racconta il “suo” Ateneo «Internazionalizzazione, nuovi corsi, inclusione chi vuole faticare e crescere qui troverà casa» 

SASSARI. I conti usciti dalla zona rossa e tornati in robusto utile, le immatricolazioni che riprendono a salire al ritmo di oltre il 7% annuo nell’ultimo triennio, con gli iscritti che sfondano quota 13mila, i corsi di laurea che aumentano, 56, di cui 4 nuovi solo quest’anno, aprendosi a percorsi fino ad ora solo sognati, come ingegneria informatica e psicologia. Le classifiche nazionali che sorridono, con dipartimenti che primeggiano nei loro settori, l’Ateneo che di anno in anno si conferma tra i migliori “medi” d’Italia, e si apre sempre di più al mondo con un taglio internazionale convinto e di livello e una mobilità studentesca da primi della classe. Investimenti milionari programmati e in esecuzione in tutte le zone della città, e un rapporto con la politica “rovesciato”, non subalterno ma trainante. E alla guida, da 4 anni, un fisico di 54 anni, Massimo Carpinelli, rivelatosi un manager di primo livello.

Rettore come ha fatto?


«Direi come abbiamo fatto. Ho trovato appoggio e persone motivate e qualificate. E insieme abbiamo proceduto proprio come facevo nelle mie ricerche, analizzando i problemi, e cercando le migliori soluzioni. Certo è stato, ed è, molto faticoso. Ma per fare le cose per bene bisogna faticare, e questo è giusto che soprattutto i giovani lo tengano bene a mente».

Iniziamo dai soldi.

«I trasferimenti statali sono in costante calo, e questo è un fatto. E vengono da tempo distribuiti non più a quote ma in base a meriti, progetti e risultati. Le università sono in concorrenza, spietata. Noi abbiamo accettato la sfida, e la stiamo vincendo, innescando un circuito virtuoso: migliorano i parametri e aumentano le risorse. A questo è stato affiancato un lavoro rigoroso di razionalizzazione della spesa».

Il rettore di Sassari


Un esempio?

«Quando sono arrivato c’erano ancora gli statini con la carta carbone. Abbiamo “dematerializzato” le carriere degli studenti digitalizzando i servizi».

E per far crescere gli iscritti?

«Abbiamo aumentato in maniera capillare e mirata i corsi, arrivando a 56, rispondendo a precise esigenze del territorio e arricchendoci di percorsi fino ad ora preclusi, come ingegneria informatica, psicologia. Abbiamo spinto sull’internazionalizzazione, raccogliendo importanti risultati. E sul trasferimento tecnologico: siamo l’unico Ateneo in Sardegna entrato nei competence center, il canale scelto dal ministero per finanziare l’industria 4.0. Abbiamo scalato il ranking nazionale, e siamo apparsi per la prima volta nel 2017 in quelli internazionali. Dire che sei laureato a Sassari ora ha un peso diverso».

Sembra che il territorio non stia correndo come voi.

«Sassari è sempre stata una città con una vocazione universitaria, e l’università è sempre stata uno dei suoi punti di forza. Negli anni però è mutato il ruolo richiesto all’università, lo scenario economico, gli sbocchi e le possibilità. Noi abbiamo cambiato pelle, il territorio intorno a noi va più lento».

Cosa manca?

«Per diventare una città universitaria servono strutture e servizi, innanzitutto quelli residenziali, al di là di quelli legati al diritto allo studio, certamente importanti, che possano attrarre gli studenti, ridurre le distanze. Ma soprattutto serve una politica, a tutti i livelli, che ci coinvolga nelle scelte strategiche, che assecondi i nostri investimenti mettendogli intorno una giusta cornice. Che si impegni per offrire una qualità della vita e un tessuto economico di appoggio».

Il rapporto con la politica?

«Noi lavoriamo con tutti i livelli della pubblica amministrazione in modo costruttivo e senza guardare a provenienze e colori. E facciamo politica con le nostre scelte sull’inclusività, l’accessibilità, lo sviluppo urbanistico. Siamo autonomi, ma ci piacerebbe trovare il modo di concordare una robusta strategia comune con tutte le istituzioni».

Laurearsi è ancora un traguardo importante?

«La percezione, ma anche il ruolo, dell’università è profondamente cambiato. E abbiamo faticato a ritrovare la giusta strada. Ora la laurea in sé non può essere un punto di arrivo, o l’automatico ingresso in un mondo del lavoro che non è più lo stesso. Ma un solido punto di partenza. Certo bisogna fare scelte mirate, impegnarsi da subito, dalle scuole superiori. Fare presto e fare bene. D’altra parte però l’eccellenza trova migliori sbocchi, e se uno studente è motivato ha tutte le possibilità di fare molta strada. Di fatto l’università è rimasto l’unico vero ascensore sociale in funzione».

Vi accusano di essere una casta in mano ai baroni.

«L’università è un mondo complesso. Ma in un sistema così competitivo come quello attuale è impensabile non mirare all’eccellenza. Abbiamo rivisto profondamente le procedure di ingresso. Siamo stati tra i primi a farlo e le nostre sono sicuramente tra le più trasparenti; anche in questo caso posso dire che non è stato facile ottenere questo risultato. E siamo sempre a caccia dei migliori talenti, non certo dei raccomandati».

Convinca un ragazzo a iscriversi all’università di Sassari.

«Chi si laurea ha statisticamente un futuro più ricco di soddisfazioni e di riconoscimenti professionali ed economici. Qui a Sassari tutte le strade possibili sono aperte, e si possono percorrere al massimo livello. E, partendo da qui, gli studenti hanno la possibilità di conoscere il mondo. Chi ha voglia di faticare, ma anche di vivere un’esperienza irripetibile, nella nostra università può trovare la sua casa».

Oggi la seconda guida dell'Università di Sassari nel giornale in edicola e nella sua versione digitale

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