Piano quasi perfetto: freddi e spietati come in un film
Dall’appuntamento trappola all’arresto della banda: i 30 giorni che hanno portato alla soluzione del giallo
4 MINUTI DI LETTURA
GHILARZA. «Sembra di essere in un film, invece è tutto vero». Così parla Fabiola Balardi, la madre di Manuel Careddu. Come in un film, anche questa assurda storia vera, ha un copione che si svolge tra Macomer, Cagliari, Abbasanta e Ghilarza. E come in tanti film, quando la telecamera inizia a inquadrare i protagonisti, gran parte delle azioni si sono già compiute. Sembra uno di quei film di Quentin Tarantino, in cui i piani temporali sono sfalsati rispetto allo svolgimento dei fatti che iniziano un martedì sera. Ma è due giorni dopo che la storia diventa pubblica.
13 settembre. Manuel Careddu è già morto. È stato assassinato due giorni prima in riva al lago Omodeo in una zona tra Ghilarza e la minuscola Soddì. Lo sanno però solo gli assassini e forse qualche altro, nel caso in cui questi si siano confidati o abbiano avuto bisogno di aiuto, magari per far sparire il cadavere. A Macomer, quindici chilometri di distanza, una madre fa la segnalazione al commissariato di polizia che avvia le ricerche. Il telefonino che Manuel aveva con sé si è spento attorno alle 21.30 di martedì 11 settembre, proprio dopo aver mandato un messaggio alla madre che quel giorno gli aveva prestato il cellulare. C’è scritto: «Ci vediamo più tardi». Non si vedranno più da vivi e, per ora, Fabiola Balardi non ha visto il figlio nemmeno da morto.
Qualche giorno prima. Manuel Careddu arriva ad Abbasanta. Non è certo la prima volta perché il ragazzo è diventato una sorta di punto di riferimento per alcuni consumatori di droga della zona. Non ha mai con sé grandi quantità, ma un po’ di “fumo” da vendere ce l’ha quasi sempre. In più di un’occasione si sarebbe rifornita da lui la banda dei cinque che poi deciderà di condannarlo a morte. Secondo una versione ancora non confermata e contrastata dalla madre di Manuel, questi avrebbe bussato alla porta di G.C, la diciassettenne unica ragazza coinvolta in questa storia. G.C. non gradisce quell’intrusione che ritiene pericolosa perché la mette a rischio di fronte a sua madre che potrebbe così scoprire che fa uso di droga. A quel punto lei racconta tutto all’amico intimo Christian Fodde. È in quel momento che nel gruppetto di amici sarebbe maturata la decisione di punire Manuel Careddu. Non una punizione qualsiasi. Non sarà solo una lezione.
11 settembre sino alle 21.30. La mattina dell’11 settembre, Manuel parte da Macomer in pullman per Cagliari. Lì passa la giornata. Chi veda e cosa faccia non è probabilmente importante per la storia. Non è difficile pensare che ci possano essere incontri legati al mondo della droga, in ogni caso il ragazzo riprende la via di casa. Non va però a Macomer e avvisa la mamma dicendo che si fermerà ad Abbasanta. È alla stazione dei pullman che incontra quattro del gruppetto che finirà in carcere con l’accusa di omicidio pluriaggravato e occultamento di cadavere.
Dalle 21.30 alle 23.57. Manuel Careddu viene convinto con uno stratagemma a salire nella macchina di Christian Fodde, dove c’è una microspia perché il padre è intercettato per l’omicidio di Mario Atzeni commesso ad Abbasanta a settembre del 2017. Manuel Careddu scende dal pullman ad Abbasanta perché la ragazza gli ha fatto capire che gli verrà restituito il credito che vanta. Poche centinaia di euro. Si aspetta di ricevere subito i soldi, invece la stessa G.C, Christian Fodde, Matteo Satta e l’altro minorenne C.N., gli fanno credere che debba salire in macchina con loro. I soldi, così dicono, li ha un loro amico grosso spacciatore della zona, che però in quel momento perché non si vuol far vedere in giro si trova nel suo terreno sul lago Omodeo. Quando partono Matteo Satta resta a terra coi cellulari dei suoi amici che vogliono così evitare di lasciare tracce sul luogo in cui hanno deciso di eseguire la condanna. Vogliono anzi che la loro presenza lontano dal lago sia testimoniata proprio dal segnale dei cellulari a Ghilarza o Abbasanta. Il viaggio in auto dura una ventina di minuti, poi c’è l’appuntamento con la morte: Manuel Careddu scende dall’auto. Nello stesso momento qualcuno apre il cofano e tira fuori la scatola con gli attrezzi da campagna, mentre sulla scena compare il quinto uomo, Riccardo Carta che dovrebbe interpretare il ruolo del grosso spacciatore che salderà il credito. È allora che a colpi di pala viene ammazzato Manuel Careddu. Nel giro di due ore, poi, i ragazzi seppelliranno il corpo con la stessa pala.
10 ottobre. È l’alba di mercoledì scorso. È passato un mese dall’omicidio. Ghilarza sembra un angolo di Palermo durante il maxi processo. Lo spiegamento di carabinieri è imponente, interi isolati vengono bloccati. È la fine. Il resto avviene in caserma a Oristano e poi nelle carceri di Massama e di Quartucciu. La banda, inchiodata da prove inespugnabili, crolla un pezzo per volta. Ma il muro ancora non è venuto giù del tutto e quel muro copre ancora molti e decisivi frammenti di verità. (e.carta)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
13 settembre. Manuel Careddu è già morto. È stato assassinato due giorni prima in riva al lago Omodeo in una zona tra Ghilarza e la minuscola Soddì. Lo sanno però solo gli assassini e forse qualche altro, nel caso in cui questi si siano confidati o abbiano avuto bisogno di aiuto, magari per far sparire il cadavere. A Macomer, quindici chilometri di distanza, una madre fa la segnalazione al commissariato di polizia che avvia le ricerche. Il telefonino che Manuel aveva con sé si è spento attorno alle 21.30 di martedì 11 settembre, proprio dopo aver mandato un messaggio alla madre che quel giorno gli aveva prestato il cellulare. C’è scritto: «Ci vediamo più tardi». Non si vedranno più da vivi e, per ora, Fabiola Balardi non ha visto il figlio nemmeno da morto.
Qualche giorno prima. Manuel Careddu arriva ad Abbasanta. Non è certo la prima volta perché il ragazzo è diventato una sorta di punto di riferimento per alcuni consumatori di droga della zona. Non ha mai con sé grandi quantità, ma un po’ di “fumo” da vendere ce l’ha quasi sempre. In più di un’occasione si sarebbe rifornita da lui la banda dei cinque che poi deciderà di condannarlo a morte. Secondo una versione ancora non confermata e contrastata dalla madre di Manuel, questi avrebbe bussato alla porta di G.C, la diciassettenne unica ragazza coinvolta in questa storia. G.C. non gradisce quell’intrusione che ritiene pericolosa perché la mette a rischio di fronte a sua madre che potrebbe così scoprire che fa uso di droga. A quel punto lei racconta tutto all’amico intimo Christian Fodde. È in quel momento che nel gruppetto di amici sarebbe maturata la decisione di punire Manuel Careddu. Non una punizione qualsiasi. Non sarà solo una lezione.
11 settembre sino alle 21.30. La mattina dell’11 settembre, Manuel parte da Macomer in pullman per Cagliari. Lì passa la giornata. Chi veda e cosa faccia non è probabilmente importante per la storia. Non è difficile pensare che ci possano essere incontri legati al mondo della droga, in ogni caso il ragazzo riprende la via di casa. Non va però a Macomer e avvisa la mamma dicendo che si fermerà ad Abbasanta. È alla stazione dei pullman che incontra quattro del gruppetto che finirà in carcere con l’accusa di omicidio pluriaggravato e occultamento di cadavere.
Dalle 21.30 alle 23.57. Manuel Careddu viene convinto con uno stratagemma a salire nella macchina di Christian Fodde, dove c’è una microspia perché il padre è intercettato per l’omicidio di Mario Atzeni commesso ad Abbasanta a settembre del 2017. Manuel Careddu scende dal pullman ad Abbasanta perché la ragazza gli ha fatto capire che gli verrà restituito il credito che vanta. Poche centinaia di euro. Si aspetta di ricevere subito i soldi, invece la stessa G.C, Christian Fodde, Matteo Satta e l’altro minorenne C.N., gli fanno credere che debba salire in macchina con loro. I soldi, così dicono, li ha un loro amico grosso spacciatore della zona, che però in quel momento perché non si vuol far vedere in giro si trova nel suo terreno sul lago Omodeo. Quando partono Matteo Satta resta a terra coi cellulari dei suoi amici che vogliono così evitare di lasciare tracce sul luogo in cui hanno deciso di eseguire la condanna. Vogliono anzi che la loro presenza lontano dal lago sia testimoniata proprio dal segnale dei cellulari a Ghilarza o Abbasanta. Il viaggio in auto dura una ventina di minuti, poi c’è l’appuntamento con la morte: Manuel Careddu scende dall’auto. Nello stesso momento qualcuno apre il cofano e tira fuori la scatola con gli attrezzi da campagna, mentre sulla scena compare il quinto uomo, Riccardo Carta che dovrebbe interpretare il ruolo del grosso spacciatore che salderà il credito. È allora che a colpi di pala viene ammazzato Manuel Careddu. Nel giro di due ore, poi, i ragazzi seppelliranno il corpo con la stessa pala.
10 ottobre. È l’alba di mercoledì scorso. È passato un mese dall’omicidio. Ghilarza sembra un angolo di Palermo durante il maxi processo. Lo spiegamento di carabinieri è imponente, interi isolati vengono bloccati. È la fine. Il resto avviene in caserma a Oristano e poi nelle carceri di Massama e di Quartucciu. La banda, inchiodata da prove inespugnabili, crolla un pezzo per volta. Ma il muro ancora non è venuto giù del tutto e quel muro copre ancora molti e decisivi frammenti di verità. (e.carta)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
