Paolo Maninchedda: «Sì all’alleanza con chi riconosce la nazione sarda»
Intervista con il leader del Pds: «Il referendum è la vera svolta per i diritti della nostra isola. Sul piano della responsabilità personale sono pronto a patirne le conseguenze»
SASSARI. Osteggiato in pubblico. Corteggiato in privato. Il Partito dei sardi e il suo leader Paolo Maninchedda sono merce pregiata nel gran bazar delle elezioni. Il Pds in una corsa che si polverizza tra diverse coalizioni è quello di fare da ago della bilancia. La vittoria potrebbe arrivare grazie a un’intesa con il Pds. Maninchedda lo sa, e la porta non l’ha mai chiusa. Ma ha messo dei paletti all’ingresso. «Chi si vuole alleare con noi deve accettare la convergenza nazionale e il referendum sulla nazione», spiega. Ma non c’è solo la questione identitaria a guidare la “rivoluzione gentile” del Partito dei sardi. Le posizioni sono note. «L’Ats è da radere al suolo. L’Anas deve andare via dalla Sardegna. Lo Stato italiano ci deve lasciare il controllo dei trasporti e trattare con noi tra pari». Il manincheddapensiero è fatto di posizioni nette, ma non ideologiche. Nessuna chiusura a nessuno «tranne fascisti e razzisti». E una certezza: «Pronto a fare un passo indietro, ma solo per la realizzazione della nazione sarda».
Solinas, Zedda, Maninchedda, Murgia, e il candidato dei 5 Stelle. Possiamo dire che sarà corsa a 5 per le Regionali?
«Mi pare che il dato attuale sia questo. Noi abbiamo creato una procedura che riguarda il referendum per la nazione e la scelta dei candidati. Ma è chiaro che siamo aperti a chiunque si voglia unire a noi, anche un attimo prima delle elezioni, per difendere la Nazione sarda. Porte aperte a chi ha responsabilità».
Perché avete fatto la scelta del voto on line Non teme che perdano un po’ valore le Primarias?
«No. Pensiamo a quando andiamo in farmacia e diamo la tessera sanitaria. Mettiamo on line le nostre debolezze e i nostri gusti, le nostre malattie. Quando andiamo nei centri commerciali e diamo alla cassa la carta fedeltà comunichiamo cosa compriamo. Le nostre preferenze. La nostra vita è già on line. Per una volta non saremo vittime della rete, ma la utilizzeremo per un esercizio di libertà».
Che peso ha il voto per la nazione sarda. Non teme che ci possa essere un effetto Catalogna?
«Sul piano della responsabilità personale sono pronto a patirne le conseguenze da solo. Sul piano della responsabilità storica c’è una differenza tra noi e la Catalogna. Noi non proclamiamo l’indipendenza. Consentiamo per la prima volta ai sardi di dire cose pensano di se stessi, come si considerano e se si considerano una Nazione».
Non teme che gli effetti le possano sfuggire di mano?
«Lei ha ragione nel dire che nell’Italia dogmatica possa essere considerato eversivo da qualche magistrato che un popolo si senta una Nazione diversa dall’Italia. Ma è quasi una constatazione dei fatti. Tante ricerche universitarie dicono che i sardi si sentono una Nazione. Credo sia giunto il tempo che il sentimento di Nazione debba uscire dalla clandestinità in cui lo ha confinato la parte dogmatica della Costituzione italiana».
Se tutti votano “Sì” cosa succede?
«Lo esprimo con un’immagine. Quando un presidente della Regione deve negoziare con lo Stato italiano sugli interessi dei sardi, sulla persecuzione fiscale, sulla prigionia causata dalle compagnie aeree e marittime, se ha una Nazione alle spalle tratta alla pari. Un governo con un altro governo. Diversamente tratta o zoppo o inginocchiato».
C’è la possibilità di una convergenza con Zedda e il centrosinistra?
«Noi non abbiamo mai messo veti a nessuno, a differenza di altri. È ovvio che le convergenze sono sulle battaglie non sulle persone. La nostra convergenza è la difesa della Nazione sarda. Un impegno perché nello scenario politico europeo la Sardegna non venga vista come un’isola vuota, priva di abitanti con propria coscienza politica».
E ha mai pensato a una convergenza con il centrodestra?
«Abbiamo molte manifestazioni di simpatia da parte dell’ala moderata del centrodestra, da esponenti di Forza Italia ai Riformatori a moltissimi sardisti. Noi lo abbiamo detto al congresso, in cui hanno parlato il segretario del Pd e del Pdl. Per noi sono esclusi solo razzisti e fascisti, chi crede nella convergenza nazionale troverà sempre porte aperte».
Si aspettava una candidatura di Zedda fuori dai partiti, dalle primarie e dalle Primarias? E come la legge?
«Non voglio sembrare presuntuoso, ma vivo senza pensare a quello che fa Zedda. Non parlo delle ragioni altrui. Il nostro percorso è sotto gli occhi di tutti».
Ma lei sarebbe pronto a fare un passo indietro per un altro candidato?
«La mia candidatura è quella della Nazione sarda. Io sono quell’idea, mi metto in gioco per realizzare un evento storico. Le poltrone non mi riguardano e, per certi versi, mi stufano. Io penso alla Nazione sarda, al fatto che il governo non la possa più ignorare. Soprattutto se a portarla avanti è il volere espresso da migliaia di sardi. È un po’ come la “marcia del sale” di Gandhi. Io voglio marciare, non comandare. Vorrei vivere e morire marciando fino a arrivare a vedere la meta. Mi piacerebbe vedere la Sardegna dignitosamente assisa tra gli stati europei. Non ho l' "azza", come si dice in sardo, di governarla a tutti i costi».
Non teme che senza una alleanza più ampia si rischia l’irrilevanza in Consiglio?
«Noi siamo sicuri di avere una grande affermazione. Ma ripeto non siamo chiusi a nessuno che condivida il nostro progetto della convergenza nazionale. L’alternanza di centrodestra e centrosinistra in questi decenni non ha portato a nulla perché ha chiamato al confronto sui programmi e ignorato la questione strutturale: la questione sarda è una grande questione politica. I sardi devono disporre di poteri completi e adeguati ai loro diritti. Se il referendum della nazione sarda viene colto nella sua portata rivoluzionaria, cambiamo la storia, non facciamo una banale e spesso inconcludente alternanza».
I programmi del Pds per le Regionali?
«Noi li abbiamo già pubblicati, non ci si poteva candidare alle primarie senza un programma».
Sì, ma cosa farete?
«Faccio degli esempi. Sui rapporti con lo Stato l’unico modo corretto è la competizione, non la subordinazione. Sui trasporti dico che spetta ai sardi avere il potere regolatore del mercato, ora in mano al governo italiano. C’è anche un’emergenza educativa che affonda le radici nella pessima legislazione scolastica italiana che ha rovinato una classe docente tra le migliori. Serve la rivolta fiscale contro il Fisco italiano che ha depredato i sardi. Servono tasse giuste, non quelle imposte dall’Italia. E serve uno stop immediato alla persecuzione dell’Agenzia delle entrate. L’Anas deve sparire dalla Sardegna. Insieme all'Enel e alla Telecom e a tutti i monopoli italiani. Sulla sanità l’Ats è da radere al suolo. La riforma è sbagliata, la sinistra sarda che l'ha voluta o se la intesta fino in fondo o deve avere il coraggio di ammettere l'errore e prendere l'impegno di correggerlo».
La giunta Pigliaru ha portato a casa molte riforme, ma viene percepita con ostilità. Secondo lei cosa ha sbagliato?
«Secondo me ha fatto alcune cose bene e le ha comunicate male. Altre le ha fatte male e comunicate troppo. Questa giunta ha ridotto di 10 punti percentuali la disoccupazione giovanile e non lo sa nessun sardo. Abbiamo aperto la Sassari-Olbia, ma se lo sono dimenticati tutti. Abbiamo fatto i lavori noi nelle zone alluvionate di Capoterra e Villagrande, ma chi lo sa? Abbiamo messo in atto il più grande piano di attenuazione del rischio idrogeologico. E anche di questo non si parla. Abbiamo pagato tutto il debito pregresso della Sanità, altro tassello fondamentale dimenticato. Abbiamo fatto l'Agenzia delle Entrate Sarda, l'Anas Sarda e una legge giusta e ecosostenibile sugli appalti. Tutto dimenticato. La riforma della sanità è stata un grave errore, e anche l’appiattimento nei rapporti con lo Stato è stato uno sbaglio. Come la scelta di sostenere il referendum istituzionale del 2016».
Che effetto le ha fatto vedere i sardi in adorazione davanti al ministro della Lega Matteo Salvini, lo stesso partito che proponeva di vendere l’isola per pagare il debito nazionale?
«Anche quando venne Carlo V a Cagliari nel 1535 i sardi lo accolsero festanti. Per Salvini le posso dire che ho notato che gli organizzatori hanno evitato spazi aperti. Sa, in una sala si può sembrare in tanti anche se non è così. L’adorazione poi è l’effetto della guerra civile sarda. Siamo abituati a ucciderci tra noi. E si festeggia il potente di turno. Da Berlusconi a Di Maio. E prima i notabili della Dc e del Pci. Siamo più abituati a combatterci che a coalizzarci. In molti cercano un padrone piuttosto che un amico. Ci vuole pazienza, libertà e educazione».
@LucaRojch
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