Una fortezza romana sotto il Castello osilese dei Malaspina

Tracce di insediamenti d’epoca repubblicana o imperiale Dagli scavi riemersi anche un basolato e ceramiche

OSILO. E alla fine, Osilo si addormentò medievale e si risvegliò romana. Di un romano che risalirebbe addirittura ad un periodo compreso fra la fine dell’età repubblicana e la media età imperiale (all’incirca fra il 200 a.C. e il 200 d.C.). È il dato che ha fatto “sobbalzare sulla sedia” – secondo l’espressione dell’archeologo medievale osilese Franco Campus – il pubblico presente al convegno “Il Castello Malaspina di Osilo: la storia, il presente e il futuro”, organizzato dal Comune a conclusione dei lavori di riqualificazione della fortezza. Ed è il dato emerso per la prima volta dagli scavi e reso dagli archeologi Maria Mercedes Lecis, Mauro Fiori e Alessandro Panetta, che hanno condotto la breve campagna di indagine.

«Dati straordinari – ha aggiunto Franco Campus – che potrebbero portare a riscrivere un pezzo di storia del Nord Sardegna». Perché il periodo a cui risalgono i reperti d’epoca romana sotto il castello Malaspina potrebbe essere coevo alla fondazione di Turris Libisonis, oggi Porto Torres, risalente al I secolo a.C., e questo potrebbe stare a testimoniare che i Romani, ancorché insediarsi solamente sul mare, alla foce del rio Mannu, già da allora avevano rivolto la loro attenzione anche all’interno, con funzioni presumibilmente difensive.

Perché le tracce rinvenute dagli archeologi in cinque piccoli saggi di scavo (concordati con le funzionarie della Soprintendenza Daniela Rovina e Nadia Canu) all’interno della rocca dei Malaspina, di questo parlerebbero, di un insediamento romano fortificato. E ulteriori ricerche potrebbero riservare nuove e più clamorose sorprese, «perché – hanno detto gli archeologi – quei cinque punti di sondaggio erano obbligati, ma probabilmente ci sono zone in cui le stratigrafie sono meglio conservate di quelle che noi abbiamo potuto indagare». Ma altri dati di straordinario interesse sono emersi dagli scavi condotti nel castello, in particolare per quanto riguarda la profondità storica del suo utilizzo. Non più schiacciata fra il 1272 – data della sua prima citazione negli Statuti Sassaresi – e la metà del 1400, quando ne veniva attestato l’abbandono e la decadenza. L’utilizzo del sito risalirebbe, come detto, all’età romana, vi sarebbe stato un lungo periodo di abbandono fino all’edificazione della fortezza dei Malaspina, ma sarebbe proseguito ancora nel ’500, sulla base di elementi rinvenuti, quali il basolato a quel periodo attribuibile, e i molti frammenti di ceramica emersi dagli scavi.

Per cui, seppure, come ha affermato Mauro Fiori, «il cantiere di restauro degli anni ’60 ha devastato il monumento, ed ha “bruciato” in maniera irrimediabile un “archivio” di straordinario valore», appare più che realistico immaginare che, dove si riesca a “rovesciare la logica” (come ha detto Maria Mercedes Lecis), per cui «lo scavo archeologico non venga più effettuato solamente in funzione della posa dei pali», la stratigrafia del castello Malaspina possa riservare ancora clamorose e affascinanti sorprese sulla rilevanza di quel sito che, non va dimenticato, è uno dei più alti del Nord Sardegna. Il problema, come sempre in questi casi, è la disponibilità dei finanziamenti, che raramente corrispondono alle reali esigenze di ricerca. E da questo punto di vista, in attesa di tempi migliori, potrebbe essere paradossalmente un bene che l’edificazione del castello Malaspina abbia – come ha detto Mauro Fiori – “sigillato” ciò che c’era prima e sotto. Stravolgendolo, sicuramente, con scavi e fondazioni, ma anche conservandolo per future campagne di scavo, che potrebbero dare davvero risultati sorprendenti, e potrebbero arricchire le conoscenze sulla presenza romana nel Nord dell’isola.

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