Coronavirus, le case di riposo sono focolai: in Sardegna è strage di anziani

L'ingresso di Casa Serena a Sassari

Ancora una volta la situazione peggiore è nel Sassarese

SASSARI. Sono il nuovo epicentro del dramma, la frontiera su cui si combatte una guerra silenziosa e spietata. I luoghi che dovrebbero custodire e proteggere e nei quali non si contano più le vittime. Sono le case di riposo e le residenze sanitarie per anziani dell'isola, con il Sassarese che di nuovo è la maglia nera. Almeno due i focolai importanti. Uno a Casa Serena, 25 morti dal primo marzo, 10 da sabato, l'ultimo ieri mattina, una dei 49 ospiti positivi rimasti tra le mura della struttura comunale di via Pasubio, insieme a 60 negativi che però ancora aspettano un nuovo tampone, con 5 ricoverati in gravi condizioni all'ospedale. L'altro nella residenza sanitaria San Nicola di via Piandanna: 120 ospiti, 44 positivi nell'ultima rilevazione nota (ma mancavano 65 esiti), tutti isolati al secondo piano della struttura con staff dedicato. Almeno 6 decessi nei giorni scorsi, e massimo riserbo sui numeri effettivi di positivi e deceduti che passano direttamente dalla direzione all'unità di crisi che coordina tutti gli interventi.

Ma non finisce qui. Il virus infatti è entrato anche tra le mura di Villa Gardenia a Ossi, e ha mietuto anche qui la prima vittima, una donna, ieri mattina nel reparto malattie infettive dell'ospedale di Sassari. Era ricoverata da lunedì insieme a una compagna della casa comunale, che conta 54 ospiti, di cui sette con sintomi che attendono il risultato del tampone insieme a due dipendenti della struttura pubblico-privata in mano al Comune e in gestione alla cooperativa Coopas.

Stesso drammatico copione a Porto Torres, alla Biccheddu-Deroma, che lunedì ha pianto la prima vittima tra gli ospiti, un uomo di 84 anni ricoverato il 19 marzo e morto dieci giorni dopo all'ospedale di Sassari. Anche qui tamponi e controlli, con i positivi saliti ieri a 8, e 32 persone in quarantena.

E paura a Torralba, dove c'è una paziente positiva arrivata in Pneumologia da Casa Bonaria, 26 anziani ospitati e ancora in gran parte in attesa dei tamponi, con la preoccupazione per il contagio che potrebbe esplodere.

Una guerra di cui si conosce, e nemmeno sempre, solo il bollettino quotidiano di vittime. Ma che si combatte lontano dagli occhi di tutti, soprattutto dei parenti. A cui da settimane è vietato l'accesso nelle strutture, e che da giorni non riescono nemmeno più a mettersi in contatto con madri e padri, zii e nonni. Troppo pochi gli operatori rimasti al lavoro, anche loro falcidiati da contagi e quarantene. Troppa la pressione per poter garantire una telefonata, una stretta di mano. Anche perché i sanitari presenti (che nelle case di riposo come Casa Serena non sono previsti, con un medico e alcuni infermieri distaccati a fatica dall'Ats) devono prendersi in carico anche la gestione "ordinaria" di anziani spesso com patologie gravi, normalmente affidata ai medici di famiglia, spariti dai radar per troppi rischi, iperattività, quarantena.

Una tragedia immane e silenziosa insomma. A cui stanno inevitabilmente reagendo meglio le residenze sanitarie come San NIcola, che hanno sì ospiti più problematici ma stanno più facilmente "ospedalizzandosi" e trasformando interi piani in aree Covid, riuscendo anche a garantire la comunicazione con i parenti. Più complessa la situazione a Casa Serena, dove i 108 anziani rimasti (68 donne e 40 uomini) sono divisi in due aree, con percorsi diversi e diversi staff, ma con difficoltà enormi. Anche perché dei 70 operatori teoricamente in organico ne sono rimasti solo 46.Ieri il sindaco Campus ha chiesto nuovi tamponi. E l'aiuto dei medici militari del Celio, che sembra arriveranno a breve. Aspettandoli resta solo da assistere attoniti a un dramma di cui non si intravede la fine.

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