L'ergastolano evaso a Sassari: "Così Johnny “coltivava” il futuro"

«Animato più dall’amore che dalla voglia di lavorare». Don Galia racconta la vita nella comunità

SASSARI. Altro che permessi premio. Per alcuni detenuti finire qualche giorno nella casa di accoglienza del centro salesiano di San Giorgio è un aggravio di pena.

«Il problema è che molti di loro, se incontrano chi ha inventato il lavoro, rischiano davvero di beccarsi un ergastolo». Della serie: provate a chiedere a un pusher di spaccarsi la schiena per 4 ore al giorno in cambio di un buon piatto di minestra o di qualche centinaio di euro al mese. «Mille euro li guadagnavano in dieci minuti di spaccio. Non hanno la percezione del valore dei soldi, della fatica e dei sacrifici. Piuttosto che chinarsi sulla terra, preferiscono stare in branda e fissare il soffitto».

Johnny lo Zingaro era una via di mezzo: non era uno stakanovista, e al lavoro amava dargli del voi. Rispetto reciproco, ma con un signorile distacco. «Però la pagnotta, anche se malvolentieri, se l’è sempre guadagnata. Ogni mattina giardinaggio e cura degli animali. Nella nostra casa l’assistenzialismo carcerario è bandito: ti paghi ciò che hai. Nessuna elemosina: reimpari a campare. Recuperi la tua dignità». Quarant’anni di cella equivalgono a una formattazione mentale potentissima. A Johnny in fondo mancavano solo 6 mesi per ottenere il regime di semilibertà. Avrebbe potuto vedere la sua compagna ogni giorno, e non 4 o 5 volte al mese. Il pomeriggio della cattura, dopo la fuga d’amore, lui e Don Galia si sono incrociati per un istante. «Gli ho chiesto: perché? Perché una fesseria simile. E lui: Don, non può immaginare cosa passa nella testa di un ergastolano». Sacrosanta verità: «Io avrei messo la mano sul fuoco su Johnny, si era conquistato la mia totale fiducia. È intelligente, istrionico, non è un uomo pericoloso, ha capito i suoi sbagli, non farebbe male a nessuno. Poteva rovinare tutto solo per una pazzia d’amore. Alla fine è impossibile sondare a pieno l’interiorità di un detenuto». Suor Ornella però, col suo piglio da gendarme e col suo occhio clinico era andata più a fondo di una tomografia assiale: «A me quello non mi ha mai convinto, è sempre stato un po’ strano: sapevo che prima o poi l’avrebbe combinata grossa».

Se sul lato operosità e zelo non c’erano grosse aspettative, al contrario sul versante affettivo Johnny offriva molta materia prima da plasmare. «Lui era qui per stare col suo grande amore di una vita. Con Giovanna si conoscevano da quando erano bambini. E sapete la cosa curiosa? Quando c’è stata l’emergenza Covid, per loro abbiamo attrezzato una vecchia roulotte. Mi hanno detto: Don, più bel regalo non potevate farci. Ci ricorda la nostra infanzia da nomadi. La roulotte è una radice sempre verde. Ci sono capi sinti pieni di soldi, che abitano in vere e proprie regge, e poi nostalgicamente preferiscono andare a dormire in una roulotte». Paradossalmente quel legame così forte doveva essere lo stimolo per il riscatto, e anche la garanzia di una buona condotta. «Johnny, come tutti i nostri ospiti, la mattina lavorava, poi dopo pranzo aveva due o tre ore libere: poteva uscire, fare compere, sbrigare commissioni e poi rientrare alle 20. Per capire se un carcerato è pronto al reinserimento, devi anche metterlo in condizioni di sbagliare, testarlo davanti ai bivi». La comunità di recupero lavora molto sulla fiducia, fa in modo che tradire le aspettative riposte diventi doloroso. «Instauriamo rapporti chiari, mangiamo insieme, dormiamo insieme. Ognuno cucina, fa le pulizie, si lava la propria roba. Ci rapportiamo da uomo a uomo, con regole e rispetto reciproco. Qui in sette anni saranno passati più di 400 detenuti, e le evasioni sono state solo 4. Quella di Johnny, due tossicodipendenti e un albanese. Stop. Segno che il percorso di riabilitazione funziona. Salvo imprevisti d’amore».



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