Suicida dopo la fuga, tre assolti

Un uomo scappò dalla comunità protetta e si lanciò dal ponte. Scagionati psichiatri e un dipendente

SASSARI. Una frase estrapolata dalla “Preghiera del magistrato”, a voler sottolineare che un uomo senza colpa non può e non deve essere condannato. «Fate, o Dio, che quando la coscienza mi avvisa che non posso punire, io abbia il coraggio di dire: “Non trovo male alcuno in quest’uomo”...».

Con queste parole il pubblico ministero Paolo Piras, nell’udienza che si è tenuta ieri pomeriggio davanti al giudice Valentina Nuvoli, ha chiesto l’assoluzione per Mauro Meloni, sassarese di 46 anni, conduttore sociale della comunità protetta “I Mandorli” (difeso dagli avvocati Rita Vallebella e Franca Lendaro), Martino Brandano, 64 anni, psichiatra del centro di salute mentale di Alghero (assistito dall’avvocato Luigi Esposito) e Isabella Nadia Satta, 39 anni, di Sassari, psichiatra a Rizzeddu (difesa da Pietro Diaz). I tre imputati erano finiti a processo nel 2012 con l’accusa di omicidio colposo perché ritenuti, dall’allora pm Carlo Scalas, responsabili della morte di un paziente affetto da «schizofrenia paranoide ad andamento cronico» che si trovava nella struttura di Rizzeddu in regime di trattamento sanitario obbligatorio.

Il giudice Nuvoli, dopo le discussioni del pm, delle parti civili (rappresentate dagli avvocati Claudio Mastandrea e Salvatore Dettori) e dei difensori, si è ritirato in camera di consiglio per decidere. In serata la lettura del dispositivo: tutti assolti perché il fatto non sussiste.

La notte del 19 dicembre di otto anni fa l’uomo si era allontanato dalla comunità protetta “I Mandorli” di Sassari, nella struttura di Rizzeddu, aveva raggiunto ponte Rosello e si era lanciato nel vuoto.

Secondo l’allora pm i tre avrebbero dovuto capire la gravità della situazione e prendere tutte le precauzioni perché l’uomo non si allontanasse dalla struttura sanitaria in cui era ricoverato.

Ma il sostituto procuratore Paolo Piras ha accertato – attraverso un’analisi molto scrupolosa dei fatti e delle carte – che i tre imputati fecero tutto quello che era possibile. In una struttura, come quella di Rizzeddu, che non poteva fare contenzione farmacologica. Era stata però avviata quella relazionale ma, nonostante gli sforzi, non aveva avuto successo. «Che cosa posso pretendere di più in una situazione di questo tipo?» si è chiesto in aula il pubblico ministero. Niente, evidentemente. Nessuna colpa è stata ravvisata nei confronti degli imputati, da qui la richiesta di assoluzione.

I difensori, dal canto loro, hanno sottolineato con forza il fatto che i loro assistiti avessero seguito il protocollo e avessero immediatamente allertato la polizia non appena quel giorno si resero conto dell’allontanamento del paziente. Pochi giorni prima della tragedia, dopo un primo tentativo di suicidio, Isabella Nadia Satta aveva chiesto il trattamento sanitario obbligatorio e il suo collega Martino Brandano lo aveva convalidato. Il paziente aveva infatti tentato di togliersi la vita già una prima volta il 9 ottobre del 2012, ma era stato salvato in extremis.

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