«Erano case di cura», tutti assolti
di Nadia Cossu
Nessuna truffa in via Nizza e via Savoia, dopo 10 anni scagionati medici e membri della coop Pitzinnos
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SASSARI. Una sentenza che ha il sapore del riscatto guadagnato a suon di carte e testimonianze e che ha contribuito a rimuovere quel macigno che per dieci lunghissimi anni ha pesato sulla testa degli imputati.
Quindici assoluzioni. Alcuni reati erano prescritti ma il giudice ha pronunciato una sentenza nel merito. I fatti contestati non sussistono e, ancor più, gli imputati hanno sempre agito nell’interesse dei pazienti di cui si prendevano cura. Il verdetto emesso ieri dal collegio presieduto dal giudice Maria Teresa Lupinu riguarda l’inchiesta sulle presunte case di cura abusive per pazienti psichiatrici in via Nizza e via Savoia.
A finire sotto la lente di ingrandimento della Procura erano stati medici e membri della cooperativa Pitzinnos cui era stata affidata l’assistenza dei malati. L’indagine per abuso d’ufficio, esercizio abusivo della professione, falso ideologico e materiale, abbandono di incapaci, truffa e favoreggiamento era partita nel 2010: due appartamenti sarebbero stati trasformati, secondo la magistratura, in strutture sanitarie residenziali per pazienti psichiatrici, non autorizzate e senza le condizioni di sicurezza. Il polverone si era sollevato quando un paziente, non si sa se per una fuga o per un maldestro tentativo di suicidio, si era lanciato dal primo piano di uno degli appartamenti procurandosi ferite su tutto il corpo e i familiari avevano sporto denuncia.
I due alloggi erano stati presi in affitto da nove persone reduci da percorsi di cura psichiatrica, una coabitazione che faceva parte di un progetto di recupero di responsabilizzazione e reciproco aiuto. Il personale della cooperativa Pitzinnos faceva da supervisore: non praticava terapie, ma dava un supporto per pulizie e viveri. Sul progetto c’era il benestare dell’ex responsabile del Centro di salute mentale Asl Antonello Pittalis e dei colleghi psichiatri Fabio Mario Fara, Maria Elena Lentinu e Maria Angela Marras (tutti finiti a processo e difesi dagli avvocati Elias Vacca e Nicola Satta).
La magistratura accusava però i medici della Asl di aver indirizzato in quelle case pazienti seguiti dal Centro di salute mentale «per dare alla cooperativa un vantaggio ingiusto, procurandole il pagamento delle rette mensili». Oltre ai quattro medici erano imputati la presidente della coop Pitzinnos, Silvia Pilia, l’assistente sociale del Centro di salute mentale Rina Cadau (difesa dall’avvocato Carlo Foddai) e il collaboratore professionale Asl Alessandro Riccio. E poi i dipendenti della coop: Maria Luisa Quinzio, Sabrina Gadau, Giovanna Marongiu, Giovanna Angela Pes, Vincenza Flores, Annamaria Maniga, Maria Annunziata Solinas e Marisa Pani.
Lo scorso settembre il pubblico ministero Giovanni Porcheddu al termine della requisitoria aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e, per alcuni capi, non doversi procedere per intervenuta prescrizione. I giudici ieri pomeriggio hanno ritenuto di assolvere tutti gli imputati con formula piena.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Quindici assoluzioni. Alcuni reati erano prescritti ma il giudice ha pronunciato una sentenza nel merito. I fatti contestati non sussistono e, ancor più, gli imputati hanno sempre agito nell’interesse dei pazienti di cui si prendevano cura. Il verdetto emesso ieri dal collegio presieduto dal giudice Maria Teresa Lupinu riguarda l’inchiesta sulle presunte case di cura abusive per pazienti psichiatrici in via Nizza e via Savoia.
A finire sotto la lente di ingrandimento della Procura erano stati medici e membri della cooperativa Pitzinnos cui era stata affidata l’assistenza dei malati. L’indagine per abuso d’ufficio, esercizio abusivo della professione, falso ideologico e materiale, abbandono di incapaci, truffa e favoreggiamento era partita nel 2010: due appartamenti sarebbero stati trasformati, secondo la magistratura, in strutture sanitarie residenziali per pazienti psichiatrici, non autorizzate e senza le condizioni di sicurezza. Il polverone si era sollevato quando un paziente, non si sa se per una fuga o per un maldestro tentativo di suicidio, si era lanciato dal primo piano di uno degli appartamenti procurandosi ferite su tutto il corpo e i familiari avevano sporto denuncia.
I due alloggi erano stati presi in affitto da nove persone reduci da percorsi di cura psichiatrica, una coabitazione che faceva parte di un progetto di recupero di responsabilizzazione e reciproco aiuto. Il personale della cooperativa Pitzinnos faceva da supervisore: non praticava terapie, ma dava un supporto per pulizie e viveri. Sul progetto c’era il benestare dell’ex responsabile del Centro di salute mentale Asl Antonello Pittalis e dei colleghi psichiatri Fabio Mario Fara, Maria Elena Lentinu e Maria Angela Marras (tutti finiti a processo e difesi dagli avvocati Elias Vacca e Nicola Satta).
La magistratura accusava però i medici della Asl di aver indirizzato in quelle case pazienti seguiti dal Centro di salute mentale «per dare alla cooperativa un vantaggio ingiusto, procurandole il pagamento delle rette mensili». Oltre ai quattro medici erano imputati la presidente della coop Pitzinnos, Silvia Pilia, l’assistente sociale del Centro di salute mentale Rina Cadau (difesa dall’avvocato Carlo Foddai) e il collaboratore professionale Asl Alessandro Riccio. E poi i dipendenti della coop: Maria Luisa Quinzio, Sabrina Gadau, Giovanna Marongiu, Giovanna Angela Pes, Vincenza Flores, Annamaria Maniga, Maria Annunziata Solinas e Marisa Pani.
Lo scorso settembre il pubblico ministero Giovanni Porcheddu al termine della requisitoria aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e, per alcuni capi, non doversi procedere per intervenuta prescrizione. I giudici ieri pomeriggio hanno ritenuto di assolvere tutti gli imputati con formula piena.
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