La prefetta riapre le chiese a Bono

Annullata l’ordinanza del vice sindaco Spano che vietava le messe fino al 17 gennaio a causa del Covid

BONO. L’ordinanza con cui tre giorni fa il vice sindaco di Bono, Nicola Spanu, aveva dato stop alle messe in tutte le chiese del paese sino al 17 gennaio, non ha più alcuna validità. Nella tarda serata del 31 dicembre la prefetta di Sassari Maria Luisa D’Alessandro ha annullato il provvedimento con effetto immediato, dopo aver chiesto e ottenuto a tempo di record il consenso ministeriale.

Sollecitata anche dal duro intervento del vescovo di Ozieri Corrado Melis che aveva bollato il provvedimento del vice sindaco come «un’indebita e grossolana ingerenza nella sfera del culto», e sfumato ogni tentativo diplomatico, la rappresentante governativa del Nord Sardegna si è rivolta a Roma, chiedendo l'annullamento, sulla base di almeno due elementi di natura formale e di merito, di quell’atto con cui si disponeva anche la chiusura del cimitero comunale sino alla stessa data. Effetto singolare dell’ordinanza sarebbe stato che dal 7 gennaio e per dieci giorni a Bono si sarebbe potuto andare al bar ma non in chiesa o a visitare i cari defunti nel cimitero.

L’ordinanza emanata il 29 dicembre a causa dell’inasprirsi dei contagi nel paese del Goceano – secondo i dati in possesso del sindaco Elio Mulas sono 93 i casi ufficiosi e una trentina quelli ufficiali –, ha avuto vita brevissima. Il provvedimento prevedeva lo stop di tutte le celebrazioni religiose compresi i funerali all’interno delle chiese consentiti direttamente nel cimitero con un massimo di quindici persone.

«L’ordinanza del vicesindaco della comunità di Bono Nicola Spanu ha dell’inverosimile – aveva detto a gran voce Melis nella sua nota diramata alla vigilia di capodanno –. È stato un colpo di mannaia così scomposto da far sgranare gli occhi anche ai più distratti ascoltatori del telegiornali, ormai assuefatti alle sorprese a cui la pandemia ci ha abituati. Ha tutta l’aria di un disperato tentativo di tamponare una situazione ormai sfuggita di mano», aveva chiosato.

Per prima cosa, la prefetta ha evidenziato la mancanza, nel testo dell’ordinanza, della motivazione per cui il documento non veniva firmato dal sindaco ma dal suo vice. Ma ha anche sottolineato come quell’atto valicasse gli accordi più recenti tra governo italiano e Vaticano in tema di funzioni religiose e sicurezza sanitaria.

L'intervento di D’Alessandro ha effetto immediato. E proprio il vescovo Melis nella sua nota aveva citato i Patti Lateranensi: «Dal 1929 (anno dei Patti Lateranensi) ad oggi, autorità civile e religiosa hanno stretto sempre di più un vincolo saldo e sereno, scoprendo reciprocamente la ricchezza dell’amicizia, della stima e della lotta comune nei confronti di ogni minaccia disumanizzante che attacca la popolazione servita con attenzione e cura da entrambi. Se poi guardiamo ai nostri piccoli centri, sono lontani i tempi di don Camillo e Peppone: i legami tra campanile e municipio sono ancora più forti e io stesso ho sempre stimato, accompagnato e incoraggiato l’operato degli amministratori locali. Per questo, la posizione istituzionale che ricopro mi mette in forte imbarazzo davanti a un documento così perentorio in materia di culto e vita sacramentale. Ci si sarebbe potuti anche rifare all’esperienza del primo lockdown, quando si sollevò un polverone proprio perché non c’era stato un dialogo sereno e arricchente tra il governo e l’istituzione ecclesiastica della Cei. Dal tavolo che ne risultò, venne fuori la consapevolezza da parte del governo di non essere soli a lottare contro la pandemia ma di avere nella Chiesa un valido alleato con cui condividere una grossa responsabilità in tempo di incertezza e smarrimento».



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