Long covid: "Il virus mi ha tolto il gusto, voglio riassaporare la vita"
La testimonianza di un sassarese di 48 anni, guarito da ottobre non si è più ripreso: "Da 8 mesi mi sembra di mangiare cartone"
SASSARI. La vita precedente ha la fragranza di un panino alla mortadella. «Ma quello bello caldo, con l’affettato che diventa oleoso». Francesco Sanna vorrebbe risentire il sapore di quella vita, perché il Covid da otto mesi gliel’ha resa più insipida e inodore. Per ora si deve nutrire di ricordi. Il panino alla mortadella, affondare i denti e ricevere quella overdose alle papille gustative, è il suo desiderio di normalità più perverso. L’altro, più urgente, è di riuscire a dormire più di due ore a notte e il terzo è di non sentire più i dolori lancinanti alla parte sinistra del corpo. L’ultimo è di non avere vuoti di memoria.
Come quando esce dall’ascensore e non si ricorda perché è lì. O quando d’improvviso le parole si inceppano nel nulla: cos’è che stavo dicendo? Si chiama Long Covid, ed è lo scontrino a rate recapitato al 10% di coloro che hanno contratto il coronavirus. Non è necessario essere anziani o essere stati intubati per ricevere questi strascichi in omaggio.
«Ho 48 anni, sempre stato in salute, e a ottobre ho contratto il Covid. Lavoro alla Gena, e purtroppo nell’istituto in quel periodo c’è stato un focolaio. Ho accusato subito febbre, mal di testa, e poca saturazione. Il mio medico, in attesa che l’Usca mi prendesse in carico, mi ha prescritto antibiotico, eparina e cortisone. Ho gestito la mia malattia a casa, senza bisogno di alcun ricovero».
Il gusto e l’olfatto li ha persi subito: «Da otto mesi non faccio altro che mangiare cartone, o almeno questa è la sensazione che ho ogni volta che metto in bocca del cibo. È una cosa stranissima. Tipo: io bevevo il caffè sempre zuccherato, per me era impensabile berlo amaro. L’ho provato senza zucchero, e non ho trovato grande differenza. E poi mi manca il piacere di bere una birra. Da poco con un amico siamo andati in un bar, ci siamo seduti in un tavolino all’aperto e l’abbiamo ordinata. Me la sono scolata come fosse acqua gassata, trangugiata tutta d’un fiato, tanto che mi ha dato alla testa. Da quel momento prendo solo aranciata, se ne riparlerà quando risentirò i sapori».
Per ora il palato è in sciopero, e non si sa quando si deciderà a rimettersi al lavoro. «I medici sino a un paio di mesi fa si sbilanciavano: stia tranquillo Francesco, mi dicevano, questi sintomi tra un paio di settimane svaniranno. Oppure: non appena farà il vaccino, vedrà che gusto e olfatto ritorneranno. Io il vaccino l’ho fatto da dieci giorni, ma per ora il menù al cartone non è mica cambiato». E infatti gli specialisti hanno smesso di fare previsioni, perché i pazienti Long Covid sono diventati oggetto di studio: «Mi hanno prescritto tante di quelle analisi, mi rivolteranno come un calzino. Consulenza neurologica, pneumologo, cardiologo, esami del sangue. E non so nemmeno se sono accertamenti in esenzione da ticket. Non essendo stato ospedalizzato, potrei essere escluso. Insomma si naviga un po’ a vista».
Sono i naufraghi di quest’onda lunga del Covid, ancora sballottati nell’incertezza. «Siamo tanti, ci sono dei gruppi Fb e Twitter, ci sosteniamo a vicenda, ci scambiamo esperienze, condividiamo sintomi, cure, speranze. Per esempio l’insonnia e i dolori alla parte sinistra sono molto ricorrenti». Non danno tregua nemmeno la notte. «Dormire due o tre ore è una tortura. Non ho mai visto tanti documentari così pallosi in vita mia. Meno male che in questi giorni ci sono i play-off Nba. Sono arrivato anche a riguardarmi le serie di cartoni di quando ero piccolo, aspettando di prendere sonno».
Il Covid lascia in dotazione un altro grande fardello: la paura di morire. «Mi sveglio la mattina e sono contento di aver aperto gli occhi. Purtroppo è una cosa alla quale pensi. E che finisce per cambiarti. Ho ancora fobia della folla, se c’è troppa gente io mi allontano subito». Però, in questo stravolgimento esistenziale, c’è anche qualche lato positivo: «Ho finalmente imparato a fregarmene. Ero troppo polemico, se c’era qualcosa che non mi andava, dovevo per forza farla notare, anche a costo di litigare. Ora dico: ma chissenefrega. Ho capito che non vale la pena, le cose importanti sono altre. O i soldi: il mio rapporto è completamente cambiato. Non gli attribuisco più alcun valore, sono diventato mani bucate. E se ho dieci euro, mi durano un minuto, perché vado in edicola e compro un regalo a mio figlio».
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