Breast Unit: un progetto rimasto a metà

Deliberato nel 2017 e mai concretizzato in una struttura unica ed efficiente per il nord Sardegna

SASSARI. C’è un altro peccato originale, nell’Aou di Sassari: la Breast Unit, deliberata sin dal 2017, è rimasta solo sulla carta, per ora un progetto a metà e alquanto pasticciato, addirittura volatilizzato nella bozza della riforma sanitaria regionale. Quattro anni di attesa, tempo preziosissimo e sprecato, in cui la struttura avrebbe potuto prender forma e dare a migliaia di donne la possibilità di avere un percorso dedicato per la diagnosi e la cura del tumore al seno. Le tappe di questa incompiuta sanitaria cominciano il 5 giugno 2017 quando a Sassari parte “in via sperimentale” la Smac (Senologia multidisciplinare aziendale coordinata) che viene collocata in viale San Pietro alla stecca bianca. L’obiettivo è quello di costruire un embrione per la futura Breast unit. A ottobre dello stesso anno si delibera l’atto aziendale dell’Aou dove nel dipartimento di onco-ematologia viene istituita la struttura semplice dipartimentale “Coordinamento Breast unit”. Da allora migliaia di donne si sono rivolte alla Smac dove vengono prese in carico da specialisti. Tuttavia il personale della Smac non si occupa solo della senologia e continua a far capo al reparto di appartenenza. Questo significa che svolge anche altre mansioni compresi i turni di guardia e le reperibilità. La conseguenza è che la presenza alla Smac è comprensibilmente ridotta e si verifica quindi un aggravio di lavoro. La radiologia senologica dell’Aou ha solo due medici a tempo pieno, mentre gli altri due sono in condivisione con la radiologia dell’ospedale civile. A questo deve aggiungersi anche la carenza di personale infermieristico. È anche anomalo il fatto che non sia stato ancora attivato un reparto dedicato di Chirurgia senologica dove far confluire le pazienti che attualmente vengono operate in tre strutture differenti di chirurgia generale (Clinica chirurgica, Patologia chirurgica e Chirurgia plastica). Questo, oltre a determinare una difficoltà nell’organizzazione operatoria, crea confusione nelle donne che spesso non sanno dove rivolgersi e pensano – sbagliando naturalmente – che ci siano differenze di trattamenti da una struttura all’altra. Un unico reparto chirurgico, con personale dedicato per una patologia così diffusa e importante (è la prima causa di tumore nella popolazione) consentirebbe una migliore qualità delle delle prestazioni.

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