Tumore al seno: da 2 anni in attesa di una protesi a Sassari
di Luigi Soriga
Anna, operata nel 2019 con asportazione totale, ha ancora un rigido espansore invece del silicone
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Troppe donne, operate di tumore alla mammella con asportazione totale, attendono da anni la ricostruzione definitiva del seno. Ci sono pazienti che ancora, a distanza di quasi tre anni, portano ancora l’espansore e attendono una chiamata da parte dell’Aou per l’inserimento della protesi in silicone.
Anna (nome di fantasia), 57 anni, sassarese, è stata operata per un carcinoma l’8 marzo del 2019. «Sono stata sottoposta a una mastectomia completa del seno destro. Durante l’intervento viene rotto il muscolo pettorale e all’interno viene predisposto un espansore tessutale. Serve a creare una dilatazione progressiva, e a creare quello spazio per il successivo posizionamento della protesi mammaria».
Anna ogni settimana doveva presentarsi in ospedale per riempire l’espansore con acqua fisiologica, finché non viene raggiunta una dimensione simile all’altro seno. «Soprattutto all’inizio viene percepito come un corpo estraneo e doloroso. Poi il dolore si trasforma in fastidio. A luglio del 2019 il riempimento dell’espansore era praticamente ultimato e io potevo essere inserita nella lista di attesa per la rimozione e la sostituzione con la protesi in silicone».
Invece i mesi passano e l’appuntamento non arriva mai. Men che meno nel 2020, quando tutta l’attività ordinaria della sanità ha una battuta d’arresta a primavera per via del Covid. La pandemia assorbe risorse e prosciuga i reparti ospedalieri, con il personale dirottato verso le terapie intensive e i reparti a vocazione Covid. L’attività operatoria, a parte le urgenze, è in totale stand-by. Le protesi mammarie da sostituire, se già da prima non rappresentavano una priorità nell’agenda dell’Aou, da quel momento nella scala delle urgenze retrocedono ancora. «Io a quasi tre anni di distanza dall’intervento mi ritrovo ancora con una massa rigida, pesante e fastidiosa che riempie il seno. Alcune pazienti hanno avuto parecchi disagi con l’espansore, so che ad una donna si è addirittura rotto. Non mi stupisce che chi ha avuto la possibilità di farlo si sia rivolto a specialisti privati. Qui a Sassari i tempi sono davvero insostenibili». Il fatto è che non si tratta solo di una questione fisica o estetica: «Siamo persone che abbiamo attraversato una fase della vita molto difficile, con sofferenze cliniche ma anche psicologiche. Sottoporsi a una asportazione del seno è doloroso, poi ci sono i cicli di chemioterapia, gli effetti collaterali del farmaco, il malessere e la perdita dei capelli. C’è anche un problema di nuova accettazione di se stesse e del proprio corpo. Non è un caso che la ricostruzione estetica del seno faccia parte integrante della terapia. Ma ogni cura, per avere i suoi effetti ed essere efficace, deve essere fatta in tempi ragionevoli». Qualcuna ha risolto rivolgendo ad altre strutture convenzionate a Cagliari o al Mater Olbia. Ora l’Aou di Sassari ha intenzione di intensificare le sedute operatorie dedicando un sabato al mese solo alla rimozione degli espansori con l’impianto delle protesi definitive. Ma basta fare due conti per rendersi conto che la soluzione tampone non è assolutamente sufficiente e inciderà ben poco sulle liste di attesa. Infatti in elenco ci sono circa 140 pazienti che aspettano una chiamata, e dedicare un solo giorno al mese per loro, significa smaltirne ogni mese al massimo cinque. Un ritmo che condannerebbe le ultime della lista ad aspettare chissà quanto ancora.
La consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle Desirè Manca ha presentato nei giorni scorsi una interrogazione rivolta all’assessore alla Sanità Nieddu.
Senza una maggiore disponibilità di anestesisti e personale, e soprattutto con le sale operatorie senza spazi disponibili, sarà difficile venire incontro a troppe pazienti oncologiche dimenticate.
Anna (nome di fantasia), 57 anni, sassarese, è stata operata per un carcinoma l’8 marzo del 2019. «Sono stata sottoposta a una mastectomia completa del seno destro. Durante l’intervento viene rotto il muscolo pettorale e all’interno viene predisposto un espansore tessutale. Serve a creare una dilatazione progressiva, e a creare quello spazio per il successivo posizionamento della protesi mammaria».
Anna ogni settimana doveva presentarsi in ospedale per riempire l’espansore con acqua fisiologica, finché non viene raggiunta una dimensione simile all’altro seno. «Soprattutto all’inizio viene percepito come un corpo estraneo e doloroso. Poi il dolore si trasforma in fastidio. A luglio del 2019 il riempimento dell’espansore era praticamente ultimato e io potevo essere inserita nella lista di attesa per la rimozione e la sostituzione con la protesi in silicone».
Invece i mesi passano e l’appuntamento non arriva mai. Men che meno nel 2020, quando tutta l’attività ordinaria della sanità ha una battuta d’arresta a primavera per via del Covid. La pandemia assorbe risorse e prosciuga i reparti ospedalieri, con il personale dirottato verso le terapie intensive e i reparti a vocazione Covid. L’attività operatoria, a parte le urgenze, è in totale stand-by. Le protesi mammarie da sostituire, se già da prima non rappresentavano una priorità nell’agenda dell’Aou, da quel momento nella scala delle urgenze retrocedono ancora. «Io a quasi tre anni di distanza dall’intervento mi ritrovo ancora con una massa rigida, pesante e fastidiosa che riempie il seno. Alcune pazienti hanno avuto parecchi disagi con l’espansore, so che ad una donna si è addirittura rotto. Non mi stupisce che chi ha avuto la possibilità di farlo si sia rivolto a specialisti privati. Qui a Sassari i tempi sono davvero insostenibili». Il fatto è che non si tratta solo di una questione fisica o estetica: «Siamo persone che abbiamo attraversato una fase della vita molto difficile, con sofferenze cliniche ma anche psicologiche. Sottoporsi a una asportazione del seno è doloroso, poi ci sono i cicli di chemioterapia, gli effetti collaterali del farmaco, il malessere e la perdita dei capelli. C’è anche un problema di nuova accettazione di se stesse e del proprio corpo. Non è un caso che la ricostruzione estetica del seno faccia parte integrante della terapia. Ma ogni cura, per avere i suoi effetti ed essere efficace, deve essere fatta in tempi ragionevoli». Qualcuna ha risolto rivolgendo ad altre strutture convenzionate a Cagliari o al Mater Olbia. Ora l’Aou di Sassari ha intenzione di intensificare le sedute operatorie dedicando un sabato al mese solo alla rimozione degli espansori con l’impianto delle protesi definitive. Ma basta fare due conti per rendersi conto che la soluzione tampone non è assolutamente sufficiente e inciderà ben poco sulle liste di attesa. Infatti in elenco ci sono circa 140 pazienti che aspettano una chiamata, e dedicare un solo giorno al mese per loro, significa smaltirne ogni mese al massimo cinque. Un ritmo che condannerebbe le ultime della lista ad aspettare chissà quanto ancora.
La consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle Desirè Manca ha presentato nei giorni scorsi una interrogazione rivolta all’assessore alla Sanità Nieddu.
Senza una maggiore disponibilità di anestesisti e personale, e soprattutto con le sale operatorie senza spazi disponibili, sarà difficile venire incontro a troppe pazienti oncologiche dimenticate.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
