Il pm: «25 anni per Dibo Elias»
di Nadia Cossu
La Procura: il delitto di Fresi fu premeditato ma è importante che l’imputato abbia chiesto scusa
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SASSARI. Non il carcere a vita per aver ucciso il coetaneo Giovanni Fresi la notte di Natale del 2019 ma una condanna a 25 anni e sei mesi. Che per un giovane – che di anni ne ha 27 – significherebbe intravedere un orizzonte oltre le sbarre della propria cella e sperare nel futuro.
Comincia la sua requisitoria, il pubblico ministero Angelo Beccu, richiamando una frase detta dall’imputato Giuseppe Dibo Elias durante le dichiarazioni spontanee rese davanti alla corte d’assise presieduta da Massimo Zaniboni: “Voglio dire alla sorella di Giovanni che sono distrutto per quello che ho fatto e che spero che un giorno possa perdonarmi”. «Molti non colgono l’importanza del chiedere scusa – esordisce il pm – viene visto come un gesto falso, di comodo, mirato solo a impietosire il giudice e a ottenere sconti di pena e benefici processuali. Io sono invece convinto che non esista riscatto, non esista rieducazione che non passi attraverso un serio esame di coscienza e un confronto critico con le conseguenze delle proprie azioni».
Non chiede dunque l’ergastolo, Beccu, per l’omicidio del 26 dicembre di due anni fa nella discoteca Blu Star di Ossi dove fu accoltellato e ucciso il 26enne sassarese Giovanni Fresi. Chiede, per Giuseppe Dibo Elias, una condanna a 25 anni e sei mesi con le aggravanti contestate equivalenti alle circostanze attenuanti. Perché «Giuseppe Dibo Elias è giovane immaturo, ha confessato, si è arreso spontaneamente ponendo fine alla sua fuga e consegnandosi ai carabinieri». E «a un certo punto della sua vita ha deciso di non scappare più, di affrontare le proprie responsabilità, di sostenere le conseguenze delle proprie azioni secondo le regole della società civile». Alle richieste del pm si è associato anche il legale di parte civile Elisabetta Udassi che ha sollecitato un risarcimento di 350mila euro a favore della sorella della vittima.
La requisitoria ha evidenziato, attraverso una minuziosa ricostruzione delle prove acquisite, tutte le circostanze che dimostrerebbero la colpevolezza dell’imputato. Partendo dal debito di droga di Dibo Elias con uno spacciatore di Sassari e dall’intromissione di Giovanni Fresi perché lo estinguesse. Così fra i due, un tempo amici, «si genera un odio profondo, viscerale». Con la vittima che minaccia l’imputato e la sua famiglia, entrambi costretti persino a lasciare la Sardegna. Poi il rientro, per arrivare a pochi giorni prima di Natale quando Fresi incontra la ex di Dibo «e non si fa sfuggire l’occasione per importunarla e minacciare di nuovo quello che crede essere ancora il suo ragazzo». L’imputato viene a saperlo «ed è con questo spirito che la notte del 25 dicembre, armato di un coltello da cucina e delle peggiori intenzioni, va in discoteca, sapendo con certezza che vi troverà il suo rivale». Ha ripercorso, Beccu, alcune testimonianze, come quella «lucida, coerente e attendibile» di Chiara Lepri, amica di vecchia data della vittima «che assiste attonita e impotente all’uccisione di Giovanni Fresi e ci descrive tutte le sequenze come in un film. Ha visto i due incrociarsi e discutere, un confronto solo “verbale”, “una discussione era pacifica”. Esce per fumare una sigaretta e quando rientra vede la vittima spingere con due mani l’imputato, vede quest’ultimo avventarsi rabbioso contro l’avversario con il coltello e colpirlo prima al braccio (...) Nonostante l’intervento di qualcuno che cerca di trattenerlo e di frenarlo, riesce a sferrare un altro, micidiale, colpo affondando la lama nel ventre del rivale». Qui starebbe, per il pm, la cosiddetta “volontarietà dell’azione omicidiaria”: «Dibo non si ferma nemmeno quando Fresi si allontana. Una volta estratto il coltello non si torna indietro».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Comincia la sua requisitoria, il pubblico ministero Angelo Beccu, richiamando una frase detta dall’imputato Giuseppe Dibo Elias durante le dichiarazioni spontanee rese davanti alla corte d’assise presieduta da Massimo Zaniboni: “Voglio dire alla sorella di Giovanni che sono distrutto per quello che ho fatto e che spero che un giorno possa perdonarmi”. «Molti non colgono l’importanza del chiedere scusa – esordisce il pm – viene visto come un gesto falso, di comodo, mirato solo a impietosire il giudice e a ottenere sconti di pena e benefici processuali. Io sono invece convinto che non esista riscatto, non esista rieducazione che non passi attraverso un serio esame di coscienza e un confronto critico con le conseguenze delle proprie azioni».
Non chiede dunque l’ergastolo, Beccu, per l’omicidio del 26 dicembre di due anni fa nella discoteca Blu Star di Ossi dove fu accoltellato e ucciso il 26enne sassarese Giovanni Fresi. Chiede, per Giuseppe Dibo Elias, una condanna a 25 anni e sei mesi con le aggravanti contestate equivalenti alle circostanze attenuanti. Perché «Giuseppe Dibo Elias è giovane immaturo, ha confessato, si è arreso spontaneamente ponendo fine alla sua fuga e consegnandosi ai carabinieri». E «a un certo punto della sua vita ha deciso di non scappare più, di affrontare le proprie responsabilità, di sostenere le conseguenze delle proprie azioni secondo le regole della società civile». Alle richieste del pm si è associato anche il legale di parte civile Elisabetta Udassi che ha sollecitato un risarcimento di 350mila euro a favore della sorella della vittima.
La requisitoria ha evidenziato, attraverso una minuziosa ricostruzione delle prove acquisite, tutte le circostanze che dimostrerebbero la colpevolezza dell’imputato. Partendo dal debito di droga di Dibo Elias con uno spacciatore di Sassari e dall’intromissione di Giovanni Fresi perché lo estinguesse. Così fra i due, un tempo amici, «si genera un odio profondo, viscerale». Con la vittima che minaccia l’imputato e la sua famiglia, entrambi costretti persino a lasciare la Sardegna. Poi il rientro, per arrivare a pochi giorni prima di Natale quando Fresi incontra la ex di Dibo «e non si fa sfuggire l’occasione per importunarla e minacciare di nuovo quello che crede essere ancora il suo ragazzo». L’imputato viene a saperlo «ed è con questo spirito che la notte del 25 dicembre, armato di un coltello da cucina e delle peggiori intenzioni, va in discoteca, sapendo con certezza che vi troverà il suo rivale». Ha ripercorso, Beccu, alcune testimonianze, come quella «lucida, coerente e attendibile» di Chiara Lepri, amica di vecchia data della vittima «che assiste attonita e impotente all’uccisione di Giovanni Fresi e ci descrive tutte le sequenze come in un film. Ha visto i due incrociarsi e discutere, un confronto solo “verbale”, “una discussione era pacifica”. Esce per fumare una sigaretta e quando rientra vede la vittima spingere con due mani l’imputato, vede quest’ultimo avventarsi rabbioso contro l’avversario con il coltello e colpirlo prima al braccio (...) Nonostante l’intervento di qualcuno che cerca di trattenerlo e di frenarlo, riesce a sferrare un altro, micidiale, colpo affondando la lama nel ventre del rivale». Qui starebbe, per il pm, la cosiddetta “volontarietà dell’azione omicidiaria”: «Dibo non si ferma nemmeno quando Fresi si allontana. Una volta estratto il coltello non si torna indietro».
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