Franco Serra il maresciallo che cacciava i banditi
Si è spento a 67 anni, era in pensione da 10 dopo una vita in prima linea nelle montagne del Nuorese
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SASSARI. Franco Serra aveva 67 anni. Era andato in pensione da una decina d’anni dall’arma dei carabinieri per affrontare una dura prova che la vita gli aveva riservato con la stessa determinazione con cui aveva combattuto la criminalità. Fino all’agguato finale: un aneurisma cerebrale che se l’è portato via in pochi giorni e a nulla è servito un lungo intervento chirurgico. Lascia due figli: una ragazza laureata in Archittetura e un carabiniere come lui.
Erano gli anni bui del banditismo e lui da olianese conosceva ogni anfratto delle montagne del Nuorese dove si annidavano i banditi. Sequestri di persona, omicidi, faide, attentati: anni difficili per la Sardegna.
Ma c’era un manipolo di uomini che combatteva la criminalità giorno e notte, senza soluzione di continuità. Uomini veri che indossavano la mimetica come una seconda pelle.
Giovani carabinieri e poliziotti che si erano formati alle scuole del generale Dalla Chiesa e di altri uomini come lui che non avevano esitato a esporsi in prima persona, mettendo a repentaglio la loro vita, per riaffermare la presenza dello Stato e la giustizia per combattere la mafia, il terrorismo, la criminalità organizzata.
Tra questi giovani c’era anche lui, Franco Serra, giovane carabiniere che per le sue capacità investigative e umane aveva bruciato le tappe della carriera. Era bravo Franco.
Lui con Gianfranco, Giuseppe, Nicola, Giovanni, Luigi, Antonello e altri coraggiosi carabinieri era il componente di un’eccezionale squadra di investigatori del Reparto operativo di Sassari guidata dal mitico capitano Antonello Tenardi. Lavoravano in simbiosi, senza concorrenza, con i poliziotti della squadra mobile di Sassari coordinati da un altro grandissimo investigatore, Antonello Pagliei. Uomini duri, uomini veri.
Franco Serra era il più giovane. Sempre allegro, scanzonato, pronto alla battuta e sorridente nonostante il grande dolore che si portava dentro. Era sempre in prima linea nei sequestri di persona, nella caccia ai latitanti, nella lotta alla droga.
Un investigatore vero di quelli che non esitava a sporcarsi gli anfibi girando per le campagne, che parlava con la gente e sapeva ascoltare, che sapeva cogliere ogni particolare ed era stimato dai colleghi e dai tanti magistrati con i quali aveva lavorato nella sua lunga carriera.
La pensione era arrivata in anticipo per motivi personali, ma era rimasto molto legato ai colleghi e agli amici che oggi alle 11 lo saluteranno per l’ultima volta nella chiesa della Mercede ad Alghero la sua città di adozione che ha amato come la sua Oliena.
Erano gli anni bui del banditismo e lui da olianese conosceva ogni anfratto delle montagne del Nuorese dove si annidavano i banditi. Sequestri di persona, omicidi, faide, attentati: anni difficili per la Sardegna.
Ma c’era un manipolo di uomini che combatteva la criminalità giorno e notte, senza soluzione di continuità. Uomini veri che indossavano la mimetica come una seconda pelle.
Giovani carabinieri e poliziotti che si erano formati alle scuole del generale Dalla Chiesa e di altri uomini come lui che non avevano esitato a esporsi in prima persona, mettendo a repentaglio la loro vita, per riaffermare la presenza dello Stato e la giustizia per combattere la mafia, il terrorismo, la criminalità organizzata.
Tra questi giovani c’era anche lui, Franco Serra, giovane carabiniere che per le sue capacità investigative e umane aveva bruciato le tappe della carriera. Era bravo Franco.
Lui con Gianfranco, Giuseppe, Nicola, Giovanni, Luigi, Antonello e altri coraggiosi carabinieri era il componente di un’eccezionale squadra di investigatori del Reparto operativo di Sassari guidata dal mitico capitano Antonello Tenardi. Lavoravano in simbiosi, senza concorrenza, con i poliziotti della squadra mobile di Sassari coordinati da un altro grandissimo investigatore, Antonello Pagliei. Uomini duri, uomini veri.
Franco Serra era il più giovane. Sempre allegro, scanzonato, pronto alla battuta e sorridente nonostante il grande dolore che si portava dentro. Era sempre in prima linea nei sequestri di persona, nella caccia ai latitanti, nella lotta alla droga.
Un investigatore vero di quelli che non esitava a sporcarsi gli anfibi girando per le campagne, che parlava con la gente e sapeva ascoltare, che sapeva cogliere ogni particolare ed era stimato dai colleghi e dai tanti magistrati con i quali aveva lavorato nella sua lunga carriera.
La pensione era arrivata in anticipo per motivi personali, ma era rimasto molto legato ai colleghi e agli amici che oggi alle 11 lo saluteranno per l’ultima volta nella chiesa della Mercede ad Alghero la sua città di adozione che ha amato come la sua Oliena.
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