Affetto da miastenia grave l’Inps gli revoca l’assegno
di Nadia Cossu
Un 35enne, ex giardiniere, è quasi cieco ma per la commissione non ha i requisiti La Ctu ha accertato un’invalidità pari al 75% ma l’ente ha presentato ricorso
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SASSARI. Trentacinque anni, sassarese, un lavoro da giardiniere. La vita davanti, i sogni nel cassetto da realizzare. Ma all’improvviso succede qualcosa, le forze iniziano a mancare, la vista cala drasticamente e quello che fino a poco tempo prima era un lavoratore instancabile diventa un uomo affaticato che arranca ogni giorno di più. Gli accertamenti medici sono inevitabili e la diagnosi, che arriva dopo una lunga serie di esami, è un pugno nello stomaco: miastenia gravis. Una malattia autoimmune che compromette la comunicazione fra i nervi e i muscoli.
Ora quest’uomo rischia non solo di non poter più controllare il suo corpo e di diventare completamente cieco, ma anche di perdere l’unico mezzo di sostentamento che ha, ossia l’assegno di invalidità civile.
In una condizione di questo tipo infatti – non riuscendo più a garantire un livello adeguato di efficienza nel posto di lavoro – il giovane aveva chiesto e ottenuto dall’Inps l’assegno di inabilità civile. Ma a giugno del 2018 ecco l’altra botta, come se non bastassero quelle prese da una patologia tanto subdola che da un momento all’altro gli aveva presentato un conto salatissimo.
Succede cioè che la commissione medica, accertata una riduzione dell’inabilità civile del 60%, non conferma la sussistenza dei requisiti sanitari richiesti per l’assegno – che fino ad allora gli era stato erogato – e revoca la prestazione. Ed è a quel punto che l’uomo si rivolge agli avvocati Desirée Martinelli e Sabina Useli che si oppongono alla decisione dell’Inps e depositano un ricorso davanti al giudice del lavoro Maria Angioni. Il tribunale nomina un consulente tecnico, la dottoressa Annarita Pilia, che al termine della perizia deposita una consulenza medico legale nella quale evidenzia la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’inabilità nella misura del 75%.
Gli accertamenti della specialista avevano infatti individuato nel paziente un quadro clinico grave che interessava diverse parti del corpo: «Disfunzione dei muscoli dell’apparato oculare con la diplopia e la ptosi palpebrale, difficoltà nella deglutizione e crisi respiratorie. La valutazione – scriveva la Pilia nella relazione – non può essere inferiore al 75%».
Di fronte a queste conclusioni, però, l’Inps ricorre a sua volta chiedendo che venisse dichiarata l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno. Sulla base di argomentazioni di questo tipo: «L’elaborato peritale appare totalmente privo di una esaustiva e dettagliata analisi neurologica che ha impedito la possibilità di effettuare una valutazione corretta della percentuale da attribuire». E, ancora, sostenendo che «non sono presenti valutazioni di carattere pneumologico per poter asserire l’esistenza di crisi respiratorie». Chiedeva inoltre, l’Inps, che venisse disposto “il rinnovo delle operazioni peritali”. Si è quindi instaurato il giudizio di merito davanti al giudice Monia Adami che dovrà decidere se al 35enne debba o meno essere riconosciuta l’inabilità civile.
Nel loro ricorso gli avvocati Martinelli e Useli hanno spiegato che, «contrariamente a quanto affermato dall’Inps la relazione del consulente tecnico d’ufficio è stata pienamente esaustiva e si è basata totalmente sulla documentazione sanitaria agli atti. La stessa che ha consentito di riconoscere al paziente una percentuale di inabilità pari al 75%. Percentuale calcolata tenendo conto di quanto appurato dai medici dell’ospedale presso cui il 35enne è in cura». I legali hanno anche chiesto al giudice che venga dichiarata inammissibile l’istanza relativa a un riesame della vicenda. La sentenza è prevista per la fine di ottobre.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ora quest’uomo rischia non solo di non poter più controllare il suo corpo e di diventare completamente cieco, ma anche di perdere l’unico mezzo di sostentamento che ha, ossia l’assegno di invalidità civile.
In una condizione di questo tipo infatti – non riuscendo più a garantire un livello adeguato di efficienza nel posto di lavoro – il giovane aveva chiesto e ottenuto dall’Inps l’assegno di inabilità civile. Ma a giugno del 2018 ecco l’altra botta, come se non bastassero quelle prese da una patologia tanto subdola che da un momento all’altro gli aveva presentato un conto salatissimo.
Succede cioè che la commissione medica, accertata una riduzione dell’inabilità civile del 60%, non conferma la sussistenza dei requisiti sanitari richiesti per l’assegno – che fino ad allora gli era stato erogato – e revoca la prestazione. Ed è a quel punto che l’uomo si rivolge agli avvocati Desirée Martinelli e Sabina Useli che si oppongono alla decisione dell’Inps e depositano un ricorso davanti al giudice del lavoro Maria Angioni. Il tribunale nomina un consulente tecnico, la dottoressa Annarita Pilia, che al termine della perizia deposita una consulenza medico legale nella quale evidenzia la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’inabilità nella misura del 75%.
Gli accertamenti della specialista avevano infatti individuato nel paziente un quadro clinico grave che interessava diverse parti del corpo: «Disfunzione dei muscoli dell’apparato oculare con la diplopia e la ptosi palpebrale, difficoltà nella deglutizione e crisi respiratorie. La valutazione – scriveva la Pilia nella relazione – non può essere inferiore al 75%».
Di fronte a queste conclusioni, però, l’Inps ricorre a sua volta chiedendo che venisse dichiarata l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno. Sulla base di argomentazioni di questo tipo: «L’elaborato peritale appare totalmente privo di una esaustiva e dettagliata analisi neurologica che ha impedito la possibilità di effettuare una valutazione corretta della percentuale da attribuire». E, ancora, sostenendo che «non sono presenti valutazioni di carattere pneumologico per poter asserire l’esistenza di crisi respiratorie». Chiedeva inoltre, l’Inps, che venisse disposto “il rinnovo delle operazioni peritali”. Si è quindi instaurato il giudizio di merito davanti al giudice Monia Adami che dovrà decidere se al 35enne debba o meno essere riconosciuta l’inabilità civile.
Nel loro ricorso gli avvocati Martinelli e Useli hanno spiegato che, «contrariamente a quanto affermato dall’Inps la relazione del consulente tecnico d’ufficio è stata pienamente esaustiva e si è basata totalmente sulla documentazione sanitaria agli atti. La stessa che ha consentito di riconoscere al paziente una percentuale di inabilità pari al 75%. Percentuale calcolata tenendo conto di quanto appurato dai medici dell’ospedale presso cui il 35enne è in cura». I legali hanno anche chiesto al giudice che venga dichiarata inammissibile l’istanza relativa a un riesame della vicenda. La sentenza è prevista per la fine di ottobre.
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