Strage di cani e gatti per far pascolare il gregge di pecore

Nelle campagne di Laerru trovati veleni dal Corpo Forestale Un allevatore rischia ora una condanna a un anno di carcere

SASSARI. Tra il settembre del 2015 e il gennaio del 2017 andare a caccia nelle campagne di Laerru era diventato molto pericoloso. Tra i cacciatori della zona e quelli delle compagnie che con le doppiette in spalla arrivavano in Anglona da altre parti della provincia, si era sparsa la voce che il rischio di tornare a casa senza il proprio cane era diventato altissimo.

Le prime vittime - di quello che secondo la Procura della Repubblica di Sassari era un vero e proprio disegno criminoso - erano stati alcuni esemplari di corvo imperiale, trovati inspiegabilmente morti in mezzo alla campagna.

I sospetti che ci fosse la mano dell’uomo dietro quelle morti insolite avevano iniziato a prendere piede quando a perdere la vita erano stati anche dei gatti e alcuni cani da caccia, trovati morti con i classici segni dell’avvelenamento.

L’allerta lanciato con un passaparola nel mondo delle campagne non era servito a evitare un strage di almeno nove cani, e altri quattro rimasti gravemente intossicati in meno di un anno e mezzo.

Il filo conduttore di quelle morti per avvelenamento, seguito dagli investigatori del Corpo Forestale, aveva portato dritti a Giovanni Moro, allevatore di Laerru di 64 anni, proprietario di alcuni terreni in quella che era diventata per tutti una “zona rossa”. Dopo le denunce erano scattate le analisi sulle carcasse delle bestie uccise e il verdetto era stato sempre lo stesso: «morte per avvelenamento da “Metaldeide e “Methamidophos”».

Le perquisizioni effettuate dalla Forestale in alcune proprietà dell’allevatore avevano confermato i sospetti, quando durante le verifiche erano stati rinvenuti quelli stessi veleni.

Composti chimici nati come fitofarmaci contro le lumache, ma talmente pericolosi anche per uccelli e mammiferi che alcuni governi hanno deciso di bandirne l’uso in esterno a partire dal marzo del prossimo anno. Il sospetto degli investigatori della Forestale era che l’uomo avesse disseminato dei bocconi avvelenati in alcuni punti strategici della campagna per liberarsi di alcuni animali selvatici che avrebbero potuto infastidire il suo gregge. Ad aggravare la sua posizione durante le indagini era stata proprio l’ammissione di responsabilità da parte dell’allevatore con uno dei cacciatori che aveva visto morire il proprio cane avvelenato. L’uomo, insieme alle scuse per l’accaduto, si era visto offrire un risarcimento danni che aveva rifiutato. «Mi dispiace - gli aveva confidato Giovanni Moro - quel veleno non era per i tuoi cani».

Da quel momento l’inchiesta della Procura aveva preso una svolta. L’allevatore di Laerru, difeso dall’avvocato Nicola Satta, era finito a processo con l’accusa di uccisione e maltrattamenti di animali, reato punito con la reclusione da quattro mesi a due anni. Contro di lui nove proprietari di cani (tutelati dagli avvocati Teresa Pes e Bruno Conti) si sono costituiti parte civile nel processo che si sta celebrando a Sassari. Al giudice hanno chiesto di avere giustizia per i propri cani uccisi e in alcuni casi risarcimenti fino a mille euro.

I giorni scorsi il pubblico ministero Andrea Giganti ha chiesto al giudice Maria Antonietta Crobu di condannare l’uomo a un anno di reclusione. La sentenza è attesa per l’inizio del prossimo anno.

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