«Carta clonata», a giudizio va lui
di Nadia Cossu
Da vittima a imputato di simulazione di reato. Ieri è stato assolto: le spese le aveva fatte la compagna
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SASSARI. Spese “anomale” e pagamenti vari effettuati sul sito di incontri www.Yuppido.com. In tutto una trentina di operazioni (oltre al soggiorno in un hotel e acquisti di capi di abbigliamento) che avevano messo in allarme un 54enne algherese titolare di una carta postepay ricaricabile. Tanto da spingerlo a presentare una denuncia alla polizia nella convinzione che qualcuno – come gli era già capitato in passato – avesse clonato la sua carta.
Ma è successo qualcosa di bizzarro. Perché a processo c’è finito proprio lui, la parte lesa. Imputato di “simulazione di reato”. Durante le indagini è venuto fuori che quelle spese (a parte le operazioni sul sito di incontri che lei ha sempre negato) erano state fatte dalla compagna convivente che nulla però aveva riferito al fidanzato. Ma la Procura non aveva creduto al fatto che il titolare della carta (cioè l’imputato) non ne fosse a conoscenza. In sintesi: per l’accusa l’uomo avrebbe affermato falsamente «l’avvenuta clonazione della propria carta Postepay», magari con l’obiettivo di ottenere rimborsi da Poste italiane.
Al termine della requisitoria, il pubblico ministero ha chiesto la condanna a un anno di reclusione. Ma il giudice Valentina Nuvoli, accogliendo la richiesta dell’avvocato Edoardo Morette, ieri mattina lo ha assolto.
La storia risale al 2018. L’imputato si era visto rifiutare un acquisto su Amazon perché la carta risultava “vuota”. Sicuro che ci fossero almeno mille euro nella sua ricaricabile, il 54enne aveva richiesto una lista movimenti. E a quel punto si era accorto di alcune operazioni che era sicuro di non aver mai fatto. Meno che mai quelle nel sito di incontri a pagamento.
Poi il colpo di scena. La polizia durante l’attività investigativa aveva accertato che tutte le spese “disconosciute” dall’imputato erano state fatte dalla compagna: il soggiorno in un hotel del Nuorese, acquisti di libri e abbigliamento. Gli inquirenti avevano poi chiesto a Yuppido.com (riconducibile a una società con sede in Svizzera) di avere altri dati inerenti il profilo della persona che si era collegata al sito «ma a questa richiesta – ha spiegato un poliziotto citato come testimone – non ci hanno mai risposto».
Inaspettatamente, il 54enne si era visto recapitare un avviso di conclusione indagini a suo carico. «Mi son detto: – aveva raccontato lui stesso in aula durante l’esame – caspita, da derubato va a finire che mi devo difendere».
Ma la domanda che in molti si erano fatti all’epoca e che il suo stesso avvocato Morette gli aveva posto in aula è la seguente: perché la compagna, una volta saputo delle preoccupazioni del suo uomo e dell’intenzione di presentare una denuncia non gli aveva confessato di aver fatto lei quegli acquisti? In realtà la donna sarebbe venuta a saperlo a denuncia già formalizzata: «Ma non è che hai fatto tu questi pagamenti? – le aveva chiesto dopo lui – Dammi conferma che sei stata tu perché qui obiettivamente sta nascendo un problema». E lei a quel punto aveva ammesso tutte le spese eccetto quelle relative al sito di incontri. Sentita ieri in aula la donna ha spiegato di non averne parlato al compagno perché «si trattava di somme irrisorie, non era necessario che lo avvisassi». Considerato che lui le aveva riferito di addebiti sulla carta per operazioni compiute in un sito di incontri, neanche lei aveva avuto «dubbi sul fatto che la carta fosse stata clonata».
In sostanza: se non è stata la donna a entrare su Yuppido e neppure l’uomo (che è stato assolto) significa che la carta è stata realmente clonata? Di sicuro il processo che si è concluso ieri non poteva dare, e infatti non ha dato, una risposta a questa domanda.
Ma è successo qualcosa di bizzarro. Perché a processo c’è finito proprio lui, la parte lesa. Imputato di “simulazione di reato”. Durante le indagini è venuto fuori che quelle spese (a parte le operazioni sul sito di incontri che lei ha sempre negato) erano state fatte dalla compagna convivente che nulla però aveva riferito al fidanzato. Ma la Procura non aveva creduto al fatto che il titolare della carta (cioè l’imputato) non ne fosse a conoscenza. In sintesi: per l’accusa l’uomo avrebbe affermato falsamente «l’avvenuta clonazione della propria carta Postepay», magari con l’obiettivo di ottenere rimborsi da Poste italiane.
Al termine della requisitoria, il pubblico ministero ha chiesto la condanna a un anno di reclusione. Ma il giudice Valentina Nuvoli, accogliendo la richiesta dell’avvocato Edoardo Morette, ieri mattina lo ha assolto.
La storia risale al 2018. L’imputato si era visto rifiutare un acquisto su Amazon perché la carta risultava “vuota”. Sicuro che ci fossero almeno mille euro nella sua ricaricabile, il 54enne aveva richiesto una lista movimenti. E a quel punto si era accorto di alcune operazioni che era sicuro di non aver mai fatto. Meno che mai quelle nel sito di incontri a pagamento.
Poi il colpo di scena. La polizia durante l’attività investigativa aveva accertato che tutte le spese “disconosciute” dall’imputato erano state fatte dalla compagna: il soggiorno in un hotel del Nuorese, acquisti di libri e abbigliamento. Gli inquirenti avevano poi chiesto a Yuppido.com (riconducibile a una società con sede in Svizzera) di avere altri dati inerenti il profilo della persona che si era collegata al sito «ma a questa richiesta – ha spiegato un poliziotto citato come testimone – non ci hanno mai risposto».
Inaspettatamente, il 54enne si era visto recapitare un avviso di conclusione indagini a suo carico. «Mi son detto: – aveva raccontato lui stesso in aula durante l’esame – caspita, da derubato va a finire che mi devo difendere».
Ma la domanda che in molti si erano fatti all’epoca e che il suo stesso avvocato Morette gli aveva posto in aula è la seguente: perché la compagna, una volta saputo delle preoccupazioni del suo uomo e dell’intenzione di presentare una denuncia non gli aveva confessato di aver fatto lei quegli acquisti? In realtà la donna sarebbe venuta a saperlo a denuncia già formalizzata: «Ma non è che hai fatto tu questi pagamenti? – le aveva chiesto dopo lui – Dammi conferma che sei stata tu perché qui obiettivamente sta nascendo un problema». E lei a quel punto aveva ammesso tutte le spese eccetto quelle relative al sito di incontri. Sentita ieri in aula la donna ha spiegato di non averne parlato al compagno perché «si trattava di somme irrisorie, non era necessario che lo avvisassi». Considerato che lui le aveva riferito di addebiti sulla carta per operazioni compiute in un sito di incontri, neanche lei aveva avuto «dubbi sul fatto che la carta fosse stata clonata».
In sostanza: se non è stata la donna a entrare su Yuppido e neppure l’uomo (che è stato assolto) significa che la carta è stata realmente clonata? Di sicuro il processo che si è concluso ieri non poteva dare, e infatti non ha dato, una risposta a questa domanda.
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