Un piano per mettere in salvo la cittadella a San Sebastiano
di Giovanni Bua
Aumentano le pressioni ufficiali e “a fari spenti” per non far naufragare l’intervento da 20 milioni Uno spiraglio sulla soluzione dei problemi tecnici potrebbe aprire la porta ai fondi del Pnrr
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SASSARI. Un piano per salvare la cittadella di San Sebastiano. Che, da settimane, si muove sottotraccia per evitare che il progetto da 20 milioni, che prevedeva il trasferimento di tutti gli uffici giudiziari nell’ex carcere ottocentesco, venga definitivamente accantonato e negli ultimi giorni ha avuto una decisa accelerazione.
Una pressione “soft” ma contante, che si applica su più tavoli e a più livelli. A Roma chiaramente, con più di un parlamentare impegnato (e non solo tra le fila isolane), ma anche importanti pezzi delle “agenzie” coinvolte e alcuni degli ex protagonisti della genesi del progetto, discusso per la prima volta nel 2014. A Sassari, con gli avvocati prima di tutto che non vogliono mollare la presa, appoggiati da un importante pezzo della magistratura. Ma anche con i partiti tradizionali, su tutti i Dem (con gli ex passati in Italia Viva), che hanno rimesso in moto il corpaccione, oliato tutti i contatti e aumentato di qualche decibel il tono delle interlocuzioni a Cagliari, oltre Tirreno e anche oltre confine. E infine, in maniera più istituzionale, il M5s, con Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera e “collegamento” con l’amministrazione comunale, con la pratica che però è da qualche giorno in prima posizione sul tavolo dell’ex capogruppo in Senato, Ettore Licheri (entrambi sono avvocati del foro sassarese). Un piano portato avanti a fari spenti, in piena linea con il “nebbione” che ha coperto l’iter di questo maxi progetto, di fatto ucciso in culla, ma comunque, in alcuni ambienti, mai del tutto abbandonato.
I problemi sul campo sono vari. Il primo è quello che ha fatto saltare per aria tutto pochi mesi dopo la firma dell’ultimo protocollo, nel 2018. La famosa relazione tecnica in cui si evidenziavano una serie di problemi “insormontabili” che impedivano la realizzazione di uffici pubblici nelle anguste braccia della struttura ottocentesca. L’ostacolo più importante sembrano essere le classiche finestre “a bocca di lupo” delle celle. Intoccabili per la Soprintendenza, con il complesso dichiarato “di interesse storico artistico ed architettonico” dagli uffici del MiC (peraltro con i decreti 39 e 63 nel 22 maggio 2018, firmati due mesi prima del protocollo datato 3 agosto). Ma inconciliabili con le regole di areazione e luminosità di uffici aperti al pubblico, per di più in era Covid.
Ma proprio la possibilità di risolvere il problema irrisolvibile ha dato nuova linfa ai pontieri che tentano di salvare la cittadella. Interlocuzioni sarebbero infatti in corso, e in fase avanzata, per trovare soluzioni «congrue e rispettose della tutela, ma anche delle necessità ministeriali».
Una volta arrivato il disco verde si può andare a caccia dei fondi, che dal 31 ottobre 2018 non sono più a disposizione. L’intervento, comunque da rimodulare, costerebbe almeno 20 milioni, ma la cifra non sarebbe il problema principale. Il pozzo a cui attingere infatti c’è, ed è di fatto praticamente illimitato: il Pnrr. Il Demanio, con nota 126521 del 3 agosto 2020, aveva già comunicato che «il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria e dei servizi del ministero della Giustizia ha individuato la realizzazione del Polo Giudiziario di Sassari tra gli interventi strategici per potenziamento dell’azione giudiziaria. E ha dunque fatto domanda per l’ottenimento dei relativi finanziamenti del Pnrr in accordo con l’Agenzia». Da allora nulla si è mosso, ma la buona notizia è che l’elefante dei denari spettanti alla Giustizia è ancora tutto da spartire.
In particolare fanno gola quelli che il ministero dedicherà all’architettura carceraria e giudiziaria (come ama chiamarla la ministra Marta Cartabia) dove il federal building di San Sebastiano potrebbe trovare casa.
Il modo insomma c’è, la volontà politica del Ministero è tutta da sondare, soprattutto se il braccio di ferro con la Soprintendenza si prolungasse troppo a lungo. Ma se si chiudesse la porta del Pnrr si potrebbe andare a caccia di fondi in altri “assi”, magari oltralpe, legati alla sicurezza. Gli sherpa sono al lavoro, e il faro che in questi giorni si è acceso sulla delicatissima vicenda da una parte ha un po’ “rovinato i giochi” dall’altra ha aumentato la loro forza contrattuale, vista l’evidente veemenza con cui la comunità sassarese ha difeso un progetto dei cui sviluppi non vuole assolutamente essere ignara spettatrice. I tempi sono stretti ma la strategia è chiara: nessun piano B per San Sebastiano, che deve diventare una cittadella giudiziaria come promesso e faticosamente costruito. Con l’accordo di programma mai “disdettato”, che deve essere difeso ad ogni costo. Gli esiti sono incerti, ma la speranza di tutti resta che questa partita si possa giocare, e vincere, alla luce del sole.
Una pressione “soft” ma contante, che si applica su più tavoli e a più livelli. A Roma chiaramente, con più di un parlamentare impegnato (e non solo tra le fila isolane), ma anche importanti pezzi delle “agenzie” coinvolte e alcuni degli ex protagonisti della genesi del progetto, discusso per la prima volta nel 2014. A Sassari, con gli avvocati prima di tutto che non vogliono mollare la presa, appoggiati da un importante pezzo della magistratura. Ma anche con i partiti tradizionali, su tutti i Dem (con gli ex passati in Italia Viva), che hanno rimesso in moto il corpaccione, oliato tutti i contatti e aumentato di qualche decibel il tono delle interlocuzioni a Cagliari, oltre Tirreno e anche oltre confine. E infine, in maniera più istituzionale, il M5s, con Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera e “collegamento” con l’amministrazione comunale, con la pratica che però è da qualche giorno in prima posizione sul tavolo dell’ex capogruppo in Senato, Ettore Licheri (entrambi sono avvocati del foro sassarese). Un piano portato avanti a fari spenti, in piena linea con il “nebbione” che ha coperto l’iter di questo maxi progetto, di fatto ucciso in culla, ma comunque, in alcuni ambienti, mai del tutto abbandonato.
I problemi sul campo sono vari. Il primo è quello che ha fatto saltare per aria tutto pochi mesi dopo la firma dell’ultimo protocollo, nel 2018. La famosa relazione tecnica in cui si evidenziavano una serie di problemi “insormontabili” che impedivano la realizzazione di uffici pubblici nelle anguste braccia della struttura ottocentesca. L’ostacolo più importante sembrano essere le classiche finestre “a bocca di lupo” delle celle. Intoccabili per la Soprintendenza, con il complesso dichiarato “di interesse storico artistico ed architettonico” dagli uffici del MiC (peraltro con i decreti 39 e 63 nel 22 maggio 2018, firmati due mesi prima del protocollo datato 3 agosto). Ma inconciliabili con le regole di areazione e luminosità di uffici aperti al pubblico, per di più in era Covid.
Ma proprio la possibilità di risolvere il problema irrisolvibile ha dato nuova linfa ai pontieri che tentano di salvare la cittadella. Interlocuzioni sarebbero infatti in corso, e in fase avanzata, per trovare soluzioni «congrue e rispettose della tutela, ma anche delle necessità ministeriali».
Una volta arrivato il disco verde si può andare a caccia dei fondi, che dal 31 ottobre 2018 non sono più a disposizione. L’intervento, comunque da rimodulare, costerebbe almeno 20 milioni, ma la cifra non sarebbe il problema principale. Il pozzo a cui attingere infatti c’è, ed è di fatto praticamente illimitato: il Pnrr. Il Demanio, con nota 126521 del 3 agosto 2020, aveva già comunicato che «il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria e dei servizi del ministero della Giustizia ha individuato la realizzazione del Polo Giudiziario di Sassari tra gli interventi strategici per potenziamento dell’azione giudiziaria. E ha dunque fatto domanda per l’ottenimento dei relativi finanziamenti del Pnrr in accordo con l’Agenzia». Da allora nulla si è mosso, ma la buona notizia è che l’elefante dei denari spettanti alla Giustizia è ancora tutto da spartire.
In particolare fanno gola quelli che il ministero dedicherà all’architettura carceraria e giudiziaria (come ama chiamarla la ministra Marta Cartabia) dove il federal building di San Sebastiano potrebbe trovare casa.
Il modo insomma c’è, la volontà politica del Ministero è tutta da sondare, soprattutto se il braccio di ferro con la Soprintendenza si prolungasse troppo a lungo. Ma se si chiudesse la porta del Pnrr si potrebbe andare a caccia di fondi in altri “assi”, magari oltralpe, legati alla sicurezza. Gli sherpa sono al lavoro, e il faro che in questi giorni si è acceso sulla delicatissima vicenda da una parte ha un po’ “rovinato i giochi” dall’altra ha aumentato la loro forza contrattuale, vista l’evidente veemenza con cui la comunità sassarese ha difeso un progetto dei cui sviluppi non vuole assolutamente essere ignara spettatrice. I tempi sono stretti ma la strategia è chiara: nessun piano B per San Sebastiano, che deve diventare una cittadella giudiziaria come promesso e faticosamente costruito. Con l’accordo di programma mai “disdettato”, che deve essere difeso ad ogni costo. Gli esiti sono incerti, ma la speranza di tutti resta che questa partita si possa giocare, e vincere, alla luce del sole.
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