«Che cosa sogno? Un tetto per i miei figli»
di Andrea Massidda
Lo sfogo di Claudia, mamma di un ragazzo affetto da una malattia rara: è disabile, non ci danno alloggio nemmeno in affitto
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SASSARI. In quella classifica dei sogni chiamata con il termine burocratico “Graduatoria per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica” il suo nome compare poco più giù del duecentesimo posto. Così lei non si fa grandi illusioni: sa benissimo che, seguendo le rigide regole dei punteggi, per ottenere un appartamento nelle palazzine popolari ci vorrebbe un miracolo. Oppure una relazione dei servizi sociali capace di evidenziare nei minimi dettagli la sua specialissima (ma certamente non invidiabile) situazione.
Quarantacinque anni, mamma premurosa di tre figli – di cui uno affetto dalla sindrome di Pitt-Hopkins, malattia genetica con appena un centinaio di casi in tutto il mondo e caratterizzata da ritardo mentale, dismorfismi facciali e respiro irregolare – ora Claudia rischia per l’ennesima volta nella sua faticosa vita di dover abbandonare il tetto sotto il quale dal gennaio del 2021 si ripara con i suoi ragazzi (la più piccola è ancora minorenne). «Siamo qui grazie a un amico che nel frattempo è deceduto – racconta – e siccome la stessa casa è rivendicata con insistenza da altre persone, è molto probabile che tra breve ci ritroveremo per la strada. Io sono una donna forte – continua – ma questo pensiero mi fa rabbrividire. Non voglio finire nella disperazione totale come mi è accaduto sino a poco tempo fa».
Perché – scartando l’ipotesi di un alloggio popolare – trovare una casa dignitosa in affitto da un privato a lei sembra vietato. «È triste ammetterlo – rivela con il nodo alla gola – ma appena i padroni di casa sentono che ho un figlio con un grave handicap trovano mille scuse, in primis quella che la mia busta paga non è sufficiente a pagare l’affitto e a mantenerci tutti. Soltanto pretesti: la verità è che molte persone sono insensibili ed egoiste, chissà di che cosa hanno paura. Però non mi sorprenderebbe se tra poco all’ingresso dei palazzi trovassimo cartelli con su scritto “Non si affitta a inquilini con cani e disabili”».
Parole pronunciate con un sorriso di dignità, le sue. Un sorriso di quelli che celano un retrogusto amaro. «Sentirsi regolarmente sbattere la porta in faccia – dice – provoca rabbia e amarezza, ma soprattutto amarezza. Mi occupo di anziani per conto di una cooperativa: un lavoro onesto con uno stipendio non altissimo ma che, integrato con la pensione di invalidità di mio figlio e i guadagni da carpentiere del mio compagno, ci consentirebbe di prendere una casa in affitto e di pagare il canone senza troppi affanni. È davvero ingiusto che la mia famiglia finisca di nuovo in mezzo alla strada, come ci è già capitato. Qualcuno, anche dal Comune, si deve mettere una mano sulla coscienza e aiutarci». L’ultima casa (si fa per dire) dove Claudia e i figli hanno vissuto era un sottano di 25 metri quadrati nel centro storico di Sassari: «Dormivamo tutti quanti per terra, e non voglio che accada mai più».
Quarantacinque anni, mamma premurosa di tre figli – di cui uno affetto dalla sindrome di Pitt-Hopkins, malattia genetica con appena un centinaio di casi in tutto il mondo e caratterizzata da ritardo mentale, dismorfismi facciali e respiro irregolare – ora Claudia rischia per l’ennesima volta nella sua faticosa vita di dover abbandonare il tetto sotto il quale dal gennaio del 2021 si ripara con i suoi ragazzi (la più piccola è ancora minorenne). «Siamo qui grazie a un amico che nel frattempo è deceduto – racconta – e siccome la stessa casa è rivendicata con insistenza da altre persone, è molto probabile che tra breve ci ritroveremo per la strada. Io sono una donna forte – continua – ma questo pensiero mi fa rabbrividire. Non voglio finire nella disperazione totale come mi è accaduto sino a poco tempo fa».
Perché – scartando l’ipotesi di un alloggio popolare – trovare una casa dignitosa in affitto da un privato a lei sembra vietato. «È triste ammetterlo – rivela con il nodo alla gola – ma appena i padroni di casa sentono che ho un figlio con un grave handicap trovano mille scuse, in primis quella che la mia busta paga non è sufficiente a pagare l’affitto e a mantenerci tutti. Soltanto pretesti: la verità è che molte persone sono insensibili ed egoiste, chissà di che cosa hanno paura. Però non mi sorprenderebbe se tra poco all’ingresso dei palazzi trovassimo cartelli con su scritto “Non si affitta a inquilini con cani e disabili”».
Parole pronunciate con un sorriso di dignità, le sue. Un sorriso di quelli che celano un retrogusto amaro. «Sentirsi regolarmente sbattere la porta in faccia – dice – provoca rabbia e amarezza, ma soprattutto amarezza. Mi occupo di anziani per conto di una cooperativa: un lavoro onesto con uno stipendio non altissimo ma che, integrato con la pensione di invalidità di mio figlio e i guadagni da carpentiere del mio compagno, ci consentirebbe di prendere una casa in affitto e di pagare il canone senza troppi affanni. È davvero ingiusto che la mia famiglia finisca di nuovo in mezzo alla strada, come ci è già capitato. Qualcuno, anche dal Comune, si deve mettere una mano sulla coscienza e aiutarci». L’ultima casa (si fa per dire) dove Claudia e i figli hanno vissuto era un sottano di 25 metri quadrati nel centro storico di Sassari: «Dormivamo tutti quanti per terra, e non voglio che accada mai più».
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