«Memoria senza strumentalizzazioni»
L’Anpi sulla giornata del ricordo: «Non diventi occasione di orgoglio fascista»
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SASSARI. Domani è il giorno del ricordo, istituito in memoria delle terribili vicende che interessarono il confine nord-est dell’Italia sul finire della seconda guerra mondiale e delle vittime che ne conseguirono. «E’ un ricordo che in questi anni è stato spesso strumentalizzato e usato per battaglie politiche contingenti dalla destra fascista grazie ad una narrazione decontestualizzata degli eventi: una narrazione che esclude sistematicamente i fatti storici che li hanno preceduti ed in particolare l’occupazione di vasti territori jugoslavi da parte dell’Italia in seguito all’invasione nazista dell’aprile 1941».
Così l’Anpi che in una nota sottolinea che: «Vogliamo commemorare tutte le vittime innocenti e anche i 10.000 partigiani che trovarono la morte in Slovenia e Croazia combattendo contro il fascismo e il nazismo. E contestiamo la narrazione che vuole accreditare la tesi del popolo italiano vittima della violenza jugoslava. Una narrazione che non è mossa dall’apprezzabile sentimento di pietà per i propri morti, ma dalla volontà di rivalutare il regime fascista condannato dalla storia e messo al bando dalla nostra Costituzione. C’è il pericolo che il 10 febbraio si trasformi in una vera e propria giornata dell’orgoglio fascista. Ed è evidente il disegno neofascista di usare il giorno del ricordo per denigrare, attraverso la resistenza jugoslava, quella Resistenza partigiana italiana dalla quale presero le mosse la Repubblica e la sua Carta fondamentale».
«Quale fosse l’atteggiamento del regime fascista nelle terre occupate – continua l’Anpi – è ben descritto nelle riservatissime lettere personali che Umberto Rosin Commissario Civile del Distretto di Longanatico indirizzò al Prefetto Emilio Grazioli: “Si procede ad arresti, ad incendi, fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere”. La guerra partigiana nella ex Jugoslavia era indirizzata contro l’occupante straniero, italiano e tedesco e contro chi collaborava con esso, ma non contro gli italiani in quanto tali».
«A fine guerra ci furono anche regolamenti di conti, deprecabili sicuramente, ma non si configurarono affatto né come pulizia etnica, né come genocidio. Prova ne sia che le vittime delle foibe furono, secondo la ricerca storica più accreditata e contando anche i morti stimati ma di cui non furono mai trovati i corpi, fra le 3.000 e le 5.000, mentre gli italiani deceduti come partigiani inquadrati nella Resistenza jugoslava furono circa 10.000»
Così l’Anpi che in una nota sottolinea che: «Vogliamo commemorare tutte le vittime innocenti e anche i 10.000 partigiani che trovarono la morte in Slovenia e Croazia combattendo contro il fascismo e il nazismo. E contestiamo la narrazione che vuole accreditare la tesi del popolo italiano vittima della violenza jugoslava. Una narrazione che non è mossa dall’apprezzabile sentimento di pietà per i propri morti, ma dalla volontà di rivalutare il regime fascista condannato dalla storia e messo al bando dalla nostra Costituzione. C’è il pericolo che il 10 febbraio si trasformi in una vera e propria giornata dell’orgoglio fascista. Ed è evidente il disegno neofascista di usare il giorno del ricordo per denigrare, attraverso la resistenza jugoslava, quella Resistenza partigiana italiana dalla quale presero le mosse la Repubblica e la sua Carta fondamentale».
«Quale fosse l’atteggiamento del regime fascista nelle terre occupate – continua l’Anpi – è ben descritto nelle riservatissime lettere personali che Umberto Rosin Commissario Civile del Distretto di Longanatico indirizzò al Prefetto Emilio Grazioli: “Si procede ad arresti, ad incendi, fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere”. La guerra partigiana nella ex Jugoslavia era indirizzata contro l’occupante straniero, italiano e tedesco e contro chi collaborava con esso, ma non contro gli italiani in quanto tali».
«A fine guerra ci furono anche regolamenti di conti, deprecabili sicuramente, ma non si configurarono affatto né come pulizia etnica, né come genocidio. Prova ne sia che le vittime delle foibe furono, secondo la ricerca storica più accreditata e contando anche i morti stimati ma di cui non furono mai trovati i corpi, fra le 3.000 e le 5.000, mentre gli italiani deceduti come partigiani inquadrati nella Resistenza jugoslava furono circa 10.000»
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