Danni dopo il parto, l’Ats pagherà
di Nadia Cossu
Lesioni a un neonato, ginecologo (assolto in primo grado) e Azienda condannati in appello a risarcire
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SASSARI. A distanza di dieci anni dal rinvio a giudizio e di cinque dalla sentenza di primo grado che lo aveva assolto, un ginecologo che prestava servizio all’ospedale Civile di Alghero è stato ritenuto dai giudici della corte d’appello di Sassari responsabile di lesioni colpose. Reato legato ai problemi riportati da un bambino dopo la nascita avvenuta nel 2008 proprio all’ospedale di Alghero.
Il piccolo, secondo gli esperti consultati a suo tempo dai genitori, sarebbe dovuto venire al mondo con un parto cesareo. Invece era nato con l’utilizzo della ventosa che, secondo l’accusa, gli provocò dei danni. Durante la crescita, infatti, il bambino ha avuto problemi di ritardo nell’apprendimento e nelle funzioni motorie. A distanza di tempo, sebbene avesse fortunatamente superato diversi suoi problemi, mostrava ancora qualche difficoltà nel linguaggio.
Problemi che – stando alla denuncia dei genitori – sarebbero dipesi dal parto. Dopo una querela presentata alla Procura, sotto accusa per lesioni colpose era finito l’allora primario di Ginecologia del Civile, Antonio Corda, che aveva la responsabilità dell’intervento. Nel 2014, davanti al tribunale di Sassari si era aperto il processo di primo grado nei confronti del medico (difeso dall’avvocato Franco Luigi Satta) mentre la Asl era stata chiamata come responsabile civile. Parti civili, con gli avvocati Elias Vacca e Romina Caula, si erano costituiti i genitori del piccolo. Al termine del processo il giudice, accogliendo la tesi difensiva, aveva assolto il ginecologo con la formula «perché il fatto non costituisce reato». Significava, in estrema sintesi, che il piccolo aveva sì riportato un danno ma – come avevano confermato anche i periti in sede di incidente probatorio – al medico che lo fece nascere non poteva essere addebitata alcuna responsabilità.
In secondo grado il collegio presieduto da Plinia Azzena (a latere Marina Capitta e Maria Grixoni) ha però ribaltato il verdetto condividendo le argomentazioni degli avvocati Vacca e Caula. Il ginecologo è stato ritenuto responsabile ma il reato nel frattempo si è prescritto. Il medico è stato però condannato a risarcire – in saldo con l’Ats (rappresentata dall’avvocato Caterina Cossellu) – i danni alle parti civili da quantificare in un separato giudizio. Ha però disposto il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 100mila euro per il bambino (ormai diventato un ragazzino) e di 20mila euro a testa per il padre e la madre. Oltre alle spese processuali.
Già in sede di udienza preliminare il pm Paolo Piras, titolare dell’inchiesta, aveva sottolineato la necessità che la storia clinica del piccolo e le eventuali cause dei suoi problemi fisici dovessero essere approfonditi nel corso di un pubblico dibattimento, nel confronto tra le parti e il gup aveva accolto la sua richiesta. Secondo il consulente della Procura, infatti, il medico non avrebbe dovuto somministrare un farmaco, l’ossitocina, per indurre le contrazioni e quindi il parto. L’esperto nominato dal pubblico ministero aveva contestato anche l’uso della ventosa per consentire che il neonato venisse alla luce: sarebbe stato questo strumento a causare poi i problemi che il piccolo aveva avuto nell’immediatezza ma che si erano poi rivelati nella loro gravità soltanto qualche mese dopo. Gli esperti consultati dai genitori avevano sempre sostenuto che alla donna andasse praticato un parto cesareo, ancora prima di somministrare un farmaco che avrebbe solo aggravato le condizioni della partoriente. Di diverso avviso i periti nominati dal gip, nel corso di un incidente probatorio che avevano invece escluso qualsiasi responsabilità del medico.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il piccolo, secondo gli esperti consultati a suo tempo dai genitori, sarebbe dovuto venire al mondo con un parto cesareo. Invece era nato con l’utilizzo della ventosa che, secondo l’accusa, gli provocò dei danni. Durante la crescita, infatti, il bambino ha avuto problemi di ritardo nell’apprendimento e nelle funzioni motorie. A distanza di tempo, sebbene avesse fortunatamente superato diversi suoi problemi, mostrava ancora qualche difficoltà nel linguaggio.
Problemi che – stando alla denuncia dei genitori – sarebbero dipesi dal parto. Dopo una querela presentata alla Procura, sotto accusa per lesioni colpose era finito l’allora primario di Ginecologia del Civile, Antonio Corda, che aveva la responsabilità dell’intervento. Nel 2014, davanti al tribunale di Sassari si era aperto il processo di primo grado nei confronti del medico (difeso dall’avvocato Franco Luigi Satta) mentre la Asl era stata chiamata come responsabile civile. Parti civili, con gli avvocati Elias Vacca e Romina Caula, si erano costituiti i genitori del piccolo. Al termine del processo il giudice, accogliendo la tesi difensiva, aveva assolto il ginecologo con la formula «perché il fatto non costituisce reato». Significava, in estrema sintesi, che il piccolo aveva sì riportato un danno ma – come avevano confermato anche i periti in sede di incidente probatorio – al medico che lo fece nascere non poteva essere addebitata alcuna responsabilità.
In secondo grado il collegio presieduto da Plinia Azzena (a latere Marina Capitta e Maria Grixoni) ha però ribaltato il verdetto condividendo le argomentazioni degli avvocati Vacca e Caula. Il ginecologo è stato ritenuto responsabile ma il reato nel frattempo si è prescritto. Il medico è stato però condannato a risarcire – in saldo con l’Ats (rappresentata dall’avvocato Caterina Cossellu) – i danni alle parti civili da quantificare in un separato giudizio. Ha però disposto il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 100mila euro per il bambino (ormai diventato un ragazzino) e di 20mila euro a testa per il padre e la madre. Oltre alle spese processuali.
Già in sede di udienza preliminare il pm Paolo Piras, titolare dell’inchiesta, aveva sottolineato la necessità che la storia clinica del piccolo e le eventuali cause dei suoi problemi fisici dovessero essere approfonditi nel corso di un pubblico dibattimento, nel confronto tra le parti e il gup aveva accolto la sua richiesta. Secondo il consulente della Procura, infatti, il medico non avrebbe dovuto somministrare un farmaco, l’ossitocina, per indurre le contrazioni e quindi il parto. L’esperto nominato dal pubblico ministero aveva contestato anche l’uso della ventosa per consentire che il neonato venisse alla luce: sarebbe stato questo strumento a causare poi i problemi che il piccolo aveva avuto nell’immediatezza ma che si erano poi rivelati nella loro gravità soltanto qualche mese dopo. Gli esperti consultati dai genitori avevano sempre sostenuto che alla donna andasse praticato un parto cesareo, ancora prima di somministrare un farmaco che avrebbe solo aggravato le condizioni della partoriente. Di diverso avviso i periti nominati dal gip, nel corso di un incidente probatorio che avevano invece escluso qualsiasi responsabilità del medico.
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