Tentato stupro, il pm chiede sei anni
di Nadia Cossu
Imputato un 50enne, la donna lo fece arrestare. La difesa: racconto non credibile
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SASSARI. «I processi non si fondano sui pregiudizi ma sulle prove. E in questo caso specifico le dichiarazioni della persona offesa sono credibili, ricche di particolari, coerenti e prive di contraddizioni». Il pubblico ministero Maria Paola Asara parte da questa premessa prima di chiedere la condanna a sei anni di reclusione per Gavino Mura, 50 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti di una donna che – questa la tesi della Procura – l’uomo avrebbe invitato a casa col pretesto di offrirle un bicchiere di vino per poi tentare di «toccarla a più riprese» fino al tentativo di violenza. Lei sarebbe però riuscita a scappare e a chiamare i carabinieri. I “pregiudizi” cui ha fatto riferimento la pm sono i 24 anni di carcere già scontati dall’imputato per l’omicidio e la distruzione del cadavere di un carrozziere sassarese, nel 1996.
Ieri Mura – che è tornato in carcere – ha reso dichiarazioni spontanee al collegio presieduto da Mauro Pusceddu: «Non ho mai toccato quella donna. L’avevo invitata a casa per una staffa di vino ma a un certo punto la sua compagnia non mi andava più, aveva bevuto troppo e volevo che se ne andasse. Ecco qual è stato l’unico contatto che ho avuto con lei: accompagnarla fuori da casa mia. Io ho una compagna, avevo trovato un lavoro dopo tanti sacrifici, ho commesso degli errori nella mia vita ma sono fuori dai casini da tempo, perché mai avrei dovuto mettermi nei guai? Nel mio paese mi vogliono tutti bene».
L’avvocato difensore Paolo Spano nella sua arringa ha parlato di due peccati originali in tutta questa storia: “L’intervento delle forze dell’ordine” e “l’accesso alla guardia medica”. «Quando i carabinieri raggiunsero la donna dopo la sua chiamata lei era agitata ma non aveva alcun segno di violenza. Non fu avvisato il pm, non fu fatto un sopralluogo nella casa di Mura, nulla di tutto ciò». E poi c’è quello che Spano ha definito «un cratere che mina le fondamenta del processo: la signora va dalla guardia medica il giorno dopo la presunta violenza. Ai carabinieri aveva detto che l’imputato le avrebbe dato “un ceffone che mi ha fatto cieca a un occhio”. Eppure non viene rilevato alcun ematoma, non una palpebra arrossata. Gli unici segni sono sulle braccia. Ma Mura ci ha spiegato che a un certo punto la presenza di quella signora non gli era più gradita perché parlava a voce alta, aveva bevuto, era un peso morto, era caduta e lui l’aveva sollevata e accompagnata fuori da casa». La donna aveva raccontato anche di come l’uomo le avesse messo le mani sul collo e tra le gambe: «Ma come è possibile – ha aggiunto il difensore – che quelle manone così forti non abbiano lasciato un segno in quelle parti del corpo?». Da qui la richiesta di assoluzione. Il legale di parte civile Marco Manca ha sottolineato come si sia tentato di gettare discredito sulla sua assistita: «Ma la lucidità con la quale ha raccontato l’accaduto la rende assolutamente credibile». A marzo la sentenza.
Ieri Mura – che è tornato in carcere – ha reso dichiarazioni spontanee al collegio presieduto da Mauro Pusceddu: «Non ho mai toccato quella donna. L’avevo invitata a casa per una staffa di vino ma a un certo punto la sua compagnia non mi andava più, aveva bevuto troppo e volevo che se ne andasse. Ecco qual è stato l’unico contatto che ho avuto con lei: accompagnarla fuori da casa mia. Io ho una compagna, avevo trovato un lavoro dopo tanti sacrifici, ho commesso degli errori nella mia vita ma sono fuori dai casini da tempo, perché mai avrei dovuto mettermi nei guai? Nel mio paese mi vogliono tutti bene».
L’avvocato difensore Paolo Spano nella sua arringa ha parlato di due peccati originali in tutta questa storia: “L’intervento delle forze dell’ordine” e “l’accesso alla guardia medica”. «Quando i carabinieri raggiunsero la donna dopo la sua chiamata lei era agitata ma non aveva alcun segno di violenza. Non fu avvisato il pm, non fu fatto un sopralluogo nella casa di Mura, nulla di tutto ciò». E poi c’è quello che Spano ha definito «un cratere che mina le fondamenta del processo: la signora va dalla guardia medica il giorno dopo la presunta violenza. Ai carabinieri aveva detto che l’imputato le avrebbe dato “un ceffone che mi ha fatto cieca a un occhio”. Eppure non viene rilevato alcun ematoma, non una palpebra arrossata. Gli unici segni sono sulle braccia. Ma Mura ci ha spiegato che a un certo punto la presenza di quella signora non gli era più gradita perché parlava a voce alta, aveva bevuto, era un peso morto, era caduta e lui l’aveva sollevata e accompagnata fuori da casa». La donna aveva raccontato anche di come l’uomo le avesse messo le mani sul collo e tra le gambe: «Ma come è possibile – ha aggiunto il difensore – che quelle manone così forti non abbiano lasciato un segno in quelle parti del corpo?». Da qui la richiesta di assoluzione. Il legale di parte civile Marco Manca ha sottolineato come si sia tentato di gettare discredito sulla sua assistita: «Ma la lucidità con la quale ha raccontato l’accaduto la rende assolutamente credibile». A marzo la sentenza.
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