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Omicidio Ara, per Unali confermato carcere a vita

Il verdetto di secondo grado: «L’allevatore di Mores ha ucciso l’operaio 37enne» Il confronto tra i consulenti di parte, chiamati in aula, non ha aperto nuovi scenari


08 giugno 2022 di Nadia Cossu


SASSARI. Ergastolo era stata la richiesta del procuratore generale Paolo De Falco, lo scorso febbraio. Ergastolo era stata, a ottobre del 2020, anche la condanna di primo grado.

E ancora ergastolo è stato il verdetto pronunciato ieri mattina dalla corte d’assise d’appello di Sassari presieduta da Maria Teresa Lupinu (a latere Plinia Azzena) che ha ritenuto l’allevatore di Mores Vincenzo Unali colpevole dell’omicidio del 37enne Alessio Ara, avvenuto a Ittireddu il 15 dicembre del 2016.

Ieri mattina, dopo due ore di camera di consiglio, i giudici hanno letto il dispositivo davanti ai familiari della vittima (rappresentati come parti civili dagli avvocati Ivan Golme e Luigi Esposito) e alle figlie dell’imputato (difeso dall’avvocato Luca Diaz), collegato in videoconferenza dal carcere di Bancali. Nessuna reazione scomposta, nessun commento. Un dolore silenzioso, quello dei parenti di Alessio Ara che, in questi anni, non hanno perso una sola udienza, mai una parola sopra le righe, mai una manifestazione di rabbia verso chi – come hanno stabilito due gradi di giudizio – ha strappato alla vita il loro caro, un uomo giovane e perbene.

Le certezze che hanno convinto i giudici di primo grado a infliggere il carcere a vita a Unali non sono state quindi scardinate dalla contrapposizione tra i consulenti di parte chiamati anche in appello a confrontarsi, e in alcuni frangenti “scontrarsi”, sulle rispettive posizioni relative in particolare al Dna (considerato prova regina contro Unali) e allo stub. «Il marchio dell’assassino», aveva definito l’avvocato di parte civile Luigi Esposito la traccia di Dna trovata in un indumento che per l’accusa sarebbe stato usato dal killer per avvolgere l’arma del delitto e che avrebbe perso per strada durante la fuga.

Alessio Ara era stato ucciso con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre. Il movente del delitto era stato inquadrato nella presunta relazione che Piera Unali, figlia dell’allevatore, avrebbe avuto con la vittima. Mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento. Una relazione che doveva interrompersi e che invece, a ridosso dell’omicidio, esisteva ancora. Una storia, soprattutto, che avrebbe messo a rischio il patrimonio economico, visto che il compagno di Piera, Costantino Saba, «era la gallina dalle uova d’oro».

«Nel contesto in cui è maturato il delitto – si leggeva nelle motivazioni della sentenza di primo grado – non era di secondaria importanza che l’imputato fosse legato al Saba anche da stretti rapporti d’affari che, tra l’altro, avrebbero consentito a Piera, in relazione ai terreni che il Saba le aveva ceduto in affitto, di ottenere vantaggi economici che, nel triennio 2017/2019 si concretavano nel ricevimento della somma di oltre 57mila euro». Mentre Alessio era un semplice operaio che lavorava alla giornata e non avrebbe, secondo la visione di Unali, potuto garantire alla ragazza – e alla sua famiglia – una stabilità economica.

I giudici lo avevano definito un killer dalla «ostentata sfrontatezza e tracotanza», giustificabili solo con l’irrefrenabile bisogno di rispondere a una grave offesa: quella del tradimento. E questo avrebbe spinto l’assassino a decidere di eliminare la vittima «sotto gli occhi della madre spargendo davanti alla sua casa il sangue della vendetta».

Le motivazioni della sentenza di condanna emessa dalla corte d’assise d’appello saranno depositate entro novanta giorni.

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