SASSARI. «Venite subito, fate presto vi prego, nostro figlio ci sta ammazzando». Ha resistito per quasi venti drammatici minuti al telefono con gli operatori della centrale operativa del 112 di Sassari Maria Giovanna Drago, la donna di 67 anni ferita due giorni fa insieme al marito Giuseppe Picci, di un anno più grande, dal figlio Alberto, all’interno di una villetta del “Residence Casteldoria” alle porte di Santa Maria Coghinas. Dopo il raptus di follia del 47enne, che nel cuore della notte ha ridotto in fin di vita Giuseppe Picci, sparandogli al volto con un fucile da pesca prima di accoltellarlo sotto uno zigomo con un coltello a serramanico, Maria Giovanna Drago ha avuto l’incredibile forza, nonostante fosse anche lei ferita alla testa, di guidare i soccorritori fino al cancelletto della villetta in località “La Scalitta”.
«Signora stiamo arrivando resista - hanno provato a farle coraggio i carabinieri al telefono - non chiuda, rimanga in linea, la pattuglia e l’ambulanza sono quasi da voi». La registrazione della telefonata ieri mattina è stata acquisita dalla Procura della Repubblica di Sassari e costituirà una delle fonti di prova dell’inchiesta per duplice tentato omicidio aggravato affidata al sostituto procuratore Angelo Beccu. Intanto rimangono sempre molto gravi le condizioni dei due coniugi ricoverati in coma farmacologico nel reparto di Rianimazione dell’ospedale civile Santissima Annunziata di Sassari.
Più complicato il quadro clinico di Giuseppe Picci al quale i medici hanno dovuto estrarre dalla bocca un lungo arpione metallico che ha lesionato l’epistrofeo: la seconda vertebra cervicale della colonna vertebrale. Sua moglie arrivata cosciente a Sassari è stata ferita alla testa con delle forbici da pesca, ma la lama non dovrebbe aver provocato danni cerebrali. Anche lei due giorni fa è stata sottoposta a un intervento chirurgico e i medici attendono che si risvegli. È stata la freddezza e la grande professionalità degli operatori del 112 a darle la forza di resistere in un momento drammatico. Accanto a lei il marito era privo di sensi in un lago di sangue e il figlio vagava per la casa in stato confusionale.
«Si faccia forza, stiamo arrivando a salvarvi» le hanno ripetuto con voce rassicurante i carabinieri, riuscendo miracolosamente a tenerla cosciente, nonostante la lama delle forbici conficcata in testa. Quando i militari della Compagnia di Valledoria e gli operatori del 118 sono arrivati in via Marco Polo, poco prima delle cinque del mattino, il figlio della coppia era ricoperto di sangue in un angolo della casa. Non ha opposto resistenza e in caserma ha farfugliato qualche frase senza senso, poi è stato accompagnato nel carcere di Bancali.
Separato e padre di una ragazzina adolescente che vive con la madre in Paraguay, ieri in carcere ha probabilmente iniziato a realizzare quello che è accaduto. «Come stanno i miei genitori, si salveranno?» ha chiesto con preoccupazione al suo difensore, l’avvocato Tania Decortes durante il colloquio. Del raptus di due notti fa all’interno della villetta in cui si era trasferito da circa un mese, dice di ricordare poco. «Il pomeriggio ero andato a pesca - ha raccontato - e la sera avevo cenato con i miei genitori. Con loro avevo un rapporto sereno, non so cosa sia successo. Ricordo di essermi svegliato nel cuore della notte e di aver sentito dei rumori, poi non ricordo nient’altro».