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Detenuto suicida

Giallo a Bancali: segni sul corpo del giovane Erik, il medico legale svelerà il misteri

di Gianni Bazzoni

	Erik Masala
Erik Masala

Il legale della famiglia: «Deve essere fatta chiarezza, non credo che si sia tolto la vita»

19 settembre 2023
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Sassari Quei segni sul corpo li hanno appena visti durante le operazioni di riconoscimento, poi sono usciti, il cadavere è sotto sequestro su disposizione della magistratura. E si attende il pronunciamento del medico legale per capire se la morte in cella, a Bancali, di Erik Masala, 26enne di Cagliari, si porta dietro anche qualcuno dei misteri che fioriscono sempre dentro le carceri. O se sarà solo un altro numero iscritto nel totale dei 50 suicidi che ci sono già stati negli istituti di pena italiani. Il penultimo a Terni, appena 24 ore prima. L’avvocato Riccardo Floris, che ha seguito Erik Masala nel suo percorso giudiziario, rappresenta anche i familiari che chiedono l’accertamento della verità sulla morte di un padre-ragazzo, con due figli piccoli. «Ho reiterato la richiesta al sostituto procuratore della Repubblica di Sassari Angelo Beccu – ha detto il legale – affinché si faccia piena chiarezza sulle circostanze della morte di Erik. Il suicidio continua a sembrare molto strano».

Oggi il magistrato che si occupa dell’inchiesta - al momento senza indagati - dovrebbe affidare l’incarico per l’esame del medico legale. E si tratta di un passaggio cruciale nella ricerca di quei chiarimenti che chiedono i familiari della giovane vittima. Erik Masala era tra quei detenuti censiti come “problematici”, che in carcere vuol dire tutto e niente. Perché una buona parte della popolazione carceraria è costituita da persone con problemi di alcol e droga, ma anche psichiatrici. E sono parecchi quelli con la cosiddetta “doppia diagnosi”. La difficoltà denunciata più volte, anche dal garante dei diritti delle persone private della libertà personale Gianfranco Favini è che manca il personale sanitario, non ci sono strutture adeguate per l’assistenza continua e anche che detenuti con determinate patologie specifiche e con dipendenze non dovrebbero stare in cella. Erik Masala aveva cambiato: da una sezione all’altra, da una cella all’altra. Un viaggio attraverso problemi, difficoltà, contrapposizioni pesanti. A Ferragosto - secondo quanto evidenziato dal Sappe - lo scontro violento con un altro recluso. Rapporti disciplinari e querele. Fino al trasferimento alla terza sezione, cella 9, da solo. E lì il 26enne avrebbe messo in atto quello che forse doveva essere un gesto dimostrativo, poi degenerato in suicidio.

Secondo le indiscrezioni, pare che un agente lo avesse visto poco prima a colloquio con gli infermieri che gli avevano somministrato un antidolorifico su sua richiesta. E al passaggio successivo per i controlli, Erik Masala era già morto. L’inchiesta va avanti, il pm ha acquisito il rapporto della polizia penitenziaria, la documentazione compilata dal medico del carcere. Del fascicolo fanno parte anche le immagini registrate dalle telecamere del corridoio davanti alla cella dove si trovava Erik Masala. Alla procura della Repubblica si è rivolto il garante Gianfranco Favini per denunciare che «il ministero della Giustizia opera in totale assenza di programmi e investimenti per evitare le vessazioni che devono sopportare i detenuti nelle lunghe e interminabili giornate chiusi nelle celle». E il leader del Sappe Donato Capece ha affermato: «Quanto accaduto a Bancali testimonia ancora una volta di più l’ingovernabilità delle carceri italiane». E di «fallimento della politica giudiziaria e penitenziaria» ha parlato la garante regionale Irene Testa che sulle gravi condizioni di vivibilità a Bancali aveva scritto una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Infine Maria Grazia Caligaris, esponente di Socialismo diritti riforme: «Lo sgomento e il dispiacere non sono più sufficienti, la gestione del disagio deve essere affrontata in modo da non farla ricadere su un luogo e su persone che devono soltanto organizzare e rendere utile il tempo da trascorrere dietro le sbarre. Allo Stato non può mancare questa consapevolezza, altrimenti si rende complice di ogni vita senza speranza che si spegne». [COPYRIGHT] RIPRODUZIONE RISERVATA

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