La Nuova Sardegna

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Tribunale

Sassari, teste confusa in aula dalle troppe sosia: imputata assolta

di Luca Fiori
Sassari, teste confusa in aula dalle troppe sosia: imputata assolta

Il processo Una 60enne era accusata di furto

26 febbraio 2024
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Sassari Era finita a processo con l’accusa di aver svaligiato una tabaccheria nel corso Vittorio Emanuele di Sorso, all’inizio di gennaio del 2019. Un raid notturno, in compagnia di un uomo che non era mai stato identificato, che aveva fruttato un bottino (tra merce e denaro contante) di circa cinquemila euro, ma che poco dopo l’aveva fatta finire nei guai.

A inchiodare una sessantenne di Sorso e farla arrivare davanti al giudice con l’accusa di furto aggravato era stata una testimone oculare che l’aveva riconosciuta e indicata ai carabinieri. La stessa che qualche giorno fa in aula è entrata in confusione davanti alla foto dell’imputata - inserita in mezzo ad altre donne molto simili a lei - e l’ha fatta assolvere per non aver commesso il fatto. Quando alla testimone, all’epoca dei fatti 18enne, è stato mostrato in aula il “book” utilizzato dai carabinieri con i volti di nove donne, tutte molto simili, la giovane ha iniziato a porsi qualche problema. Quando il giudice Anna Pintore le ha chiesto di confermare che la persona che aveva riconosciuto durante il furto in mezzo alla strada e poi in caserma - tra le foto delle persone schedate - fosse l’imputata, la testimone ha iniziato a ritrattare la dichiarazione fatta cinque anni fa davanti ai carabinieri della stazione di Sorso. «La prova si forma in aula – le ha spiegato il giudice – e lei deve essere certa adesso che la persona che ha indicato è quella che ha visto allontanarsi dalla tabaccheria dopo il furto».

Anche l’avvocato Marco Palmieri, difensore della sessantenne, ha incalzato la testimone indecisa, chiedendole se fosse certa di averla vista scassinare la tabaccheria in compagnia di un’altra persona, mentre lei prendeva le sigarette al distributore automatico. Quando poi le sono state mostrate le foto in bianco e nero sbiadito di nove donne, tutte molto simili, tutte con i capelli raccolti e tutte con la stessa espressione poco rassicurante, la testimone ha ammesso di non poter confermare che a commettere il furto fosse stata la donna ritratta nella foto numero 5 della scheda. «Non lo so, sono passati cinque anni» ha detto la teste al giudice.

Davanti a tentennamento e ai troppi «non ricordo» il giudice, nonostante la richiesta di condanna del pubblico ministero a un anno e due mesi di reclusione, ha accolto la richiesta dell’avvocato Marco Palmieri, difensore dell’imputata e assolto la donna per non aver commesso il fatto.


 

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