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Arrestata la baby-gang di Sassari, la reazione di Andrea massacrato senza motivo: «Nessuna vendetta, voglio solo tornare alla mia vita»

di Luca Fiori
Arrestata la baby-gang di Sassari, la reazione di Andrea massacrato senza motivo: «Nessuna vendetta, voglio solo tornare alla mia vita»

Il 23enne era stato picchiato e preso a calci nella notte tra il 7 e l’8 febbraio quando tornava a casa con un’amica

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Sassari «Sì, ho saputo». Andrea Coroforo lo dice con poche parole, misurate, senza enfasi. La notizia degli arresti dei presunti componenti della baby gang - che lo ha aggredito in piazza del mercato a Sassari nella notte tra il 7 e l’8 febbraio - gli è arrivata mentre è ancora alle prese con le conseguenze di quel pestaggio. «Mi fa piacere che la polizia sia riuscita a individuarli –  aggiunge -. Sono contento. Ora però devo pensare a riprendermi».

Non alza la voce, non si lascia andare a commenti duri. Andrea è fatto così. Ventitré anni, un fisico esile, uno che fino a poche settimane fa divideva le giornate tra il lavoro e il campo da calcio, centravanti della Monserrato in Terza Categoria. «Sono un ragazzo tranquillo», aveva detto dopo l’aggressione. E sembra ribadirlo anche adesso, quasi a voler sottolineare che nulla, in quella sera, poteva giustificare ciò che è accaduto. Quando ha saputo degli arresti non ha esultato. «Però mi fa piacere che siano stati individuati».

Le sue parole restano sobrie, quasi leggere rispetto al peso dei fatti. «Io non voglio vendetta –  aveva detto dal letto dell’ospedale -. Voglio solo tornare alla mia vita». Il pensiero torna inevitabilmente a quei minuti di tre settimane fa. «Eravamo fuori a fare due passi, stavo riaccompagnando un’amica a casa – aveva raccontato alla Nuova Sardegna -. Stavamo fumando una sigaretta». Una scena normale, quotidiana. Poi il gruppo che si avvicina. «Erano cinque o sei. Uno mi ha detto: “Cosa ci fai? Non ti conosco”». Una frase senza senso, pronunciata con tono di sfida. «Ho visto una bottiglia di vetro alzata. Ho capito che stava per succedere qualcosa».

Non c’era stato il tempo di parlare, né di allontanarsi. «Prima uno schiaffo, poi sono caduto», aveva detto. «Quando ero a terra hanno iniziato a prendermi a calci». Colpi al volto, alla testa. «Ho perso i sensi». Il buio improvviso, il vuoto. «Mi sono risvegliato in ambulanza, poi di nuovo il buio. Ho riaperto gli occhi che stavo facendo la Tac». La diagnosi era stata pesante: frattura della mandibola, intervento chirurgico, una placca metallica per ricomporre l’osso. «Non c’è stato nessun motivo. Non li conoscevo. Non avevo fatto niente». Andrea non aggiunge altro. Non commenta le indagini, non entra nei dettagli dell’inchiesta. Si limita a una considerazione semplice, che suona quasi come un auspicio: «Spero che non succeda più a nessuno». Poi torna al suo obiettivo immediato. «Adesso penso solo a guarire. Un passo alla volta». 

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